Senza dimora

La marginalità sociale è una condizione connaturata al sistema economico contemporaneo. La povertà e la disoccupazione nonché l’opportunità ad accedere a determinati beni divengono indicatori di marginalità. Chi resta indietro, chi non è vincente sembra “meritare” la condizione di povero ed è oggetto di una rappresentazione sociale negativa; questo etichettamento determina l’impoverimento delle capacità e delle potenzialità personali, riducendo la stima di sé. La dimensione materiale è solo uno degli aspetti che determinano la fragilità. E’ difficile inquadrare il fenomeno della marginalità e della vulnerabilità secondo termini condivisi e universali. Ciò che è certo è che ogni forma di povertà è legata a una sorta di esclusione, sia questa fisica, economica o sociale e che questo processo facilita la marginalità, proprio perché la persona è vista come mancante di qualcosa, perdendo di vista ciò che la persona è e possiede.

Una domanda costante tra gli operatori impegnati su questo fronte è se sia possibile lavorare diversamente con coloro che vivono condizioni di marginalità, non pensandoli solo come persone da aiutare, ma come “non-cittadini” inseriti in un preciso contesto sociale sul quale loro possono agire e cambiare. Come dar voce e valore alle storie personali, permettendo la rielaborazione, l’attribuzione di nuovi significati alle esperienze di vita e la consapevolezza rispetto alle proprie capacità e potenzialità? Come ridare “potere” alla persona e stimolarla all’azione per il cambiamento? Sicuramente è necessaria la consapevolezza e la capacità di vivere in un processo lento e attento alle relazioni, che chiede di negoziare e rinegoziare linguaggi, di valorizzare i contenuti e i pezzi di vita delle persone intercettate tramite i servizi.

Nonostante l’offerta di servizi per la marginalità estrema a Treviso si sia potenziata negli ultimi anni, il fenomeno è in evoluzione. Questo mondo racchiude persone con storie e bisogni diversi.
Un volto è quello dei senza dimora: uomini e donne, italiani e stranieri, finiti ai margini della società, con una rete sociale fragile e che vivono una precarietà prolungata e significativa su più livelli. Condizioni più o meno impreviste (perdita di un lavoro, rottura di legami famigliari, cattiva salute) che frequentemente includono una fragilità personale, talvolta psichica e/o aggravata da dipendenze da sostanze, che conducono a circoli viziosi e carriere di impoverimento.
Un altro volto, per certi aspetti nuovo e prevalente è quello dei richiedenti asilo usciti dai centri di accoglienza governativi a causa di revoche dell’accoglienza o a seguito dell’ottenimento del permesso di soggiorno legato una forma di protezione internazionale. Coloro che non dispongono di una rete a cui fare riferimento nell’immediato, si ritrovano improvvisamente abbandonati a se stessi, in condizioni di grande marginalità, spesso peggiorate da un’insufficiente conoscenza dell’italiano, dalla scarsa consapevolezza rispetto alla propria condizione giuridica e alle reali opportunità lavorative.

La questione femminile incide meno numericamente ma presenta complessità e vulnerabilità per ovvie ragioni molto importanti, aggravate dalla ridotta presenza sul territorio di alternative alle semplici e non esaustive risposte della Casa della Carità. A prescindere dalla provenienza geografica, le donne che chiedono di accedere ai servizi della Caritas diocesana hanno raccontato in diversi casi di un passato di violenza che si consuma all’interno delle mura domestiche della propria famiglia o di quella per cui si lavora oppure per le strade delle nostre belle città. Passato e presente corrodono autostima e speranze e spesso sfociano nel disagio psichico anche patologico e nell’impossibilità di trovare strade differenti da quelle che le hanno condotte ai margini della società. Le richiedenti asilo accolte, in particolare, quasi sempre appena maggiorenni, portano con sé l’amarezza di una doppia vulnerabilità: ai traumi e alle fatiche che accomunano tutte le persone in fuga da situazioni di povertà, conflitti o guerre, riferiscono abusi e violenze di genere, sia lungo il percorso migratorio sia nella situazione di precarietà a cui si sono trovate esposte nella terra di asilo, non avendo trovato alternative alla vita in strada.

Nell’analisi della vita del Centro d’ascolto diocesano, per l’anno 2017, viene spontaneo partire dal numero di ascolti effettuati: 939 divisi in 366 nuove persone ascoltate e 573 ritorni. Delle nuove situazioni incontrate possiamo distinguere 50 ascolti rivolti a nuclei familiari e 316 ascolti riferiti a situazioni di marginalità estrema. Si conferma la tendenza emersa nel 2016 all’aumento delle richieste di aiuto legate alla situazione di marginalità rispetto a quelle dei nuclei familiari. Tuttavia il dato va interpretato, non tanto in relazione all’evoluzione del fenomeno della marginalità delle persone senza dimora, quanto piuttosto alla luce dell’orientamento pastorale della diocesi di avvicinare, da un lato le famiglie in difficoltà alle comunità di appartenenza, e dall’altro di accompagnare le comunità stesse ad incontrare ed accogliere le povertà del proprio territorio, nell’intento di accorciare le distanze e vivere la prossimità, di superare la logica della risposta immediata e materiale alla richiesta di aiuto, e di favorire relazioni di vicinanza e inclusione nel tessuto comunitario.