Educare a formare persone nonviolente - CARITAS TARVISINA

Educare a formare persone nonviolente

“le nuove generazioni, mai come in questa epoca, hanno bisogno di essere educate alla vita e all’amore. Le istituzioni, tutte, a partire dalle famiglie, dovrebbero con interventi mirati cercare di prevenire il disagio esistenziale al quale sono esposti i nostri giovani. Un disagio che nasce dai profondi cambiamenti socio-culturali e dalla frammentazione che si vive a vari livelli: dalla famiglia, al contesto lavorativo e ai confini delle nazioni che sono meno definiti e più valicabili

Oggi più che mai è necessario educare a formare uomini e donne nonviolenti. L’educazione alla nonviolenza (o al rifiuto della violenza) consiste nel fornire ogni persona di una «abilitazione» a scoprire la disumanità della violenza e ad inventare risposte a questa stessa violenza, in strategie nonviolente. L’educazione alla nonviolenza significa optare per un metodo efficace di azione politica che considera l’uso della violenza condannabile come mezzo ordinario di cambio sociale e politico. Risulta inderogabile l’eliminazione della violenza in atto, di quella violenza strutturale che crea le oppressioni, le ingiustizie, le sopraffazioni dell’uomo sull’uomo, le emarginazioni dei più deboli, dei meno capaci, dei «meno uomini». La violenza è non-valore. Perciò è strumento inadeguato per raggiungere valore ricercato. È necessario utilizzare (e, spesso, «inventare») lo strumento più vicino al valore, quello che rispetta meglio la persona, che meglio incarna l’ideale dell’amore che si fa servizio. La nonviolenza è normalmente questo strumento. Non lo possiamo decidere in modo rigido, una volta per tutte. Esso va «misurato» in situazione, tenendo conto dei processi storici e quindi della sua efficacia. In questa prospettiva, l’educazione alla nonviolenza non si fonda su una serie vaga di affermazioni generiche o romantiche, su sentimenti di inferiorità e di passività; ma piuttosto su una concezione dell’uomo, capace di tradursi in un progetto politico storico, a risonanza collettiva. Tutto ciò permette di non banalizzare i valori che sostengono tale concezione antropologica, ma li cala, con grande senso di concretezza, nella realtà contestuale. Inoltre affida ad ogni persona la decisione ultima, chiamando in causa la sua irrinunciabile responsabilità etica, perché la fede cristiana, come ogni visione globale, non determina orientamenti in modo decisivo, che si sovrappongono alla coscienza personale, ma suggerisce alcune linee preferenziali, al cui interno ciascuno gioca la propria decisionalità e responsabilità.

I recenti casi di violenza riportati dai media in questi giorni e le modalità con cui essi sono stati realizzati meritano una profonda riflessione. Da dove viene tutta questa violenza? Cosa ci spinge ad essere così violenti al punto di perdere completamente il controllo fino a scannarci l’uno con l’altro?

Mi sembra di poter dire che la violenza, intesa come un agito (un acting out) della rabbia, sia espressione dei tempi che stiamo vivendo: un’epoca “borderline”, “frenetica”, del “voglio tutto e subito” e nella quale vi è una bassissima tolleranza alla frustrazione. Oggi l’uomo è spinto ad agire con violenza per desiderio di dominio sugli altri, per porre gli altri al suo servizio. La violenza è anche frutto di quella mentalità che riserva onori e rispetto al “più forte”, al “più furbo”, ovvero, in sostanza, al più violento. A volte, la violenza nasce anche dalla paura, dalla difesa ad oltranza di quello che possiedi. La paura porta a reazioni incontrollate e nei casi in cui una persona, che ritieni di tuo possesso (donne, figli, dipendenti, amici), ti sfugge, non esiti ad usare la violenza per ristabilire l’autorità. Altra causa della violenza è l’ignoranza. Quando l’uomo non è a conoscenza dei valori della vita, quando è portato dall’ambiente e dalle condizioni in cui vive a dare importanza solo alla forza fisica e all’aggressività è facile che ritenga di doversi comportare con gli altri con prepotenza. Si formano così quegli ambienti sociali in cui vige la legge del più forte, in cui tutto viene regolato con intimidazioni e manifestazioni di forza. La mancanza di istruzione e di educazione sono tra le cause più importanti della violenza comune.

Va anche detto che oggi la violenza è vissuta e descritta ovunque, dai videogame che trasformano la morte in gioco, alle immagini che quotidianamente ci rimandano i media. Pensiamo, per esempio, ad una scena pubblicitaria di qualche tempo fa che mostrava una bella donna che, con un violento colpo di tacco a spillo, otteneva di zittire un cittadino che l’avvisava di spostare l’auto in divieto di sosta. C’è proprio bisogno di questi esempi? Viviamo in un mondo globalizzato ed anche la violenza appare in forme nuove e inaspettate che investono l’intero pianeta in modi spesso drammatici. Il nostro rapporto con la violenza è così stretto ed intimo che quasi non sconvolge più. Ci soffermiamo a riflettere solo quando la violenza ci assale nelle rappresentazioni che di essa ci offre il nostro sistema mediatico e culturale. Quanto, invece, sostiamo su noi stessi per meditare sulle nostre azioni quotidiane, che giureremmo non essere violente ma che invece si rilevano tali? Recentemente è apparso con chiarezza che la violenza può avere origine anche dall’eccessivo benessere materiale. La violenza e la delinquenza risultano, infatti, particolarmente diffuse, specie fra i più giovani, proprio in quei paesi che vengono considerati economicamente più progrediti. Quando all’eccesso di beni materiali non si accompagna un’adeguata educazione ai valori fondamentali dell’uomo nascono, soprattutto nelle nuove generazioni, la noia, il disinteresse e il non rispetto per la vita, la sfiducia nei confronti della famiglia, della società e dello stato. Molti pensano allora di trovare un senso alla vita o di sfogare le proprie frustrazioni o di manifestare la propria delusione, nella violenza esercitata contro sé stessi (condotte a rischio, condotte autolesionistiche fino al suicidio, droghe, etc.) o contro gli altri. Tutto ciò ci invita a riflettere sul fatto che le nuove generazioni, mai come in questa epoca, hanno bisogno di essere educate alla vita e all’amore. Le istituzioni, tutte, a partire dalle famiglie, dovrebbero con interventi mirati cercare di prevenire il disagio esistenziale al quale sono esposti i nostri giovani. Un disagio che nasce dai profondi cambiamenti socio-culturali e dalla frammentazione che si vive a vari livelli: dalla famiglia, al contesto lavorativo e ai confini delle nazioni che sono meno definiti e più valicabili. Educare a formare coscienze e persone nonviolente è una nostra responsabilità e non possiamo più aspettare!!! Non è più sufficiente criticare e prendere le distanze, è necessario, più di ieri, abitare questo tempo mettendosi veramente in gioco … ne vale della convivenza, della pace … dell’UMANO!!!

7 giugno 2022


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