Ripartire dal vedere con il cuore - CARITAS TARVISINA

Ripartire dal vedere con il cuore

 

È necessario che il tempo (Kairos) sia vissuto come occasione di salvezza, come evento dove realizzare il bene e far crescere il Regno di Dio. Le varie situazioni vanno sempre accostate come parola viva che interpella la nostra vita, che pone domande di senso al nostro cuore e ci provoca a scelte concrete e solidali.”

Siamo all’inizio di un nuovo anno e abbiamo bisogno di cambiare passo, di ritrovare la bellezza di sognare un mondo diverso, in cui ciascuno possa vivere con decoro e dignità. È necessario maturare uno sguardo diverso, sapiente ed illuminato, capace di generare vita e fiducia. Dobbiamo ricordarci sempre che non si vede bene se non con il cuore. Per un nuovo inizio è fondamentale che ci lasciamo rinnovare nel cuore.

Una prima espressione della carità è quella di aprire gli occhi, per ascoltare il gemito ed il grido di sofferenza che si leva da ogni angolo della terra. Ed è molto importante decifrare lo sguardo con cui sappiamo rimanere dentro la storia e con cui sappiamo condividere le sofferenze e le gioie dell’uomo d’oggi. Sovente i nostri occhi guardano, ma non vedono. Registrano i fatti, ma non sanno cogliere l’evento che in esso è contenuto. I nostri occhi ed il nostro cuore spesso accostano la storia dell’umanità sofferente da punto di vista della cronaca e non della salvezza. Il tempo (cronos) è vissuto in chiave cronologica e le varie realtà che toccano la vita dell’uomo vengono registrate, schedate, archiviate. È necessario che il tempo (Kairos) sia vissuto come occasione di salvezza, come evento dove realizzare il bene e far crescere il Regno di Dio. Le varie situazioni vanno sempre accostate come parola viva che interpella la nostra vita, che pone domande di senso al nostro cuore e ci provoca a scelte concrete e solidali.

Vedere la situazione degli altri senza giudicarla, ma entrando in punta di piedi nella loro storia, chiede a tutti noi di vivere una profonda conversione del cuore. Si tratta di passare da un approccio che solitamente ci vede contabili delle sofferenze altrui, a protagonisti di un percorso di partecipazione attiva che ci porta a costruire comunione, ad essere persone salde e vere. Vedere significa riconoscere che la situazione dell’altro ha a che fare molto con la mia vita e che non possiamo girarci dall’altra parte, non possiamo andare oltre. Con fermezza e chiarezza dobbiamo riconoscere che quando il nostro sguardo va oltre il grido dell’umanità sofferente, condanniamo molti fratelli all’abbandono e alla morte. Ce ne laviamo le mani come Ponzio Pilato, ma quel sangue innocente arriva fino al cuore di Dio. Questo vedere dentro le trame della storia, questo sostare con delicatezza e tenerezza dentro la vita, e molte volte l’inferno di tante persone, è l’unica via per ridare solidità a questa società che, avvolta nell’indifferenza e nell’individualismo, è diventata liquida. Una società liquida dimostra fragilità estreme ed è incapace di vivere una autentica solidarietà, perché ognuno è ancorato alla sorte del proprio ombelico. E certamente l’ombelicosi è un male che siamo chiamati a sconfiggere se desideriamo servire carità fino in fondo.

Vedere la situazione dell’altro, senza giudicarla, significa poi aprire il nostro cuore alla compassione, cioè alla capacità di stare accanto all’altro con il cuore di Dio. Compassione vuol dire prima di tutto condividere lo stesso destino, fatto di gioie e di dolori. È stare dentro la stessa barca e affidarsi sempre al Signore anche quando le onde tempestose del mare della vita incutono timore e paura. Compassione è gioire, soffrire, vivere insieme, calibrando il proprio respiro verso chi è più debole, chi è ferito e fragile. Compassione è riempire di bellezza eterna ogni dramma umano: è offrire il conforto di un abbraccio accogliente a chi è solo e disperato, è regalare un sorriso di vita a chi è sprofondato nelle paludi della tristezza, è donare il bacio della pace a chi il cuore ferito da laceranti discordie, è stringere la mano a chi si sente solo nel letto di morte … è essere cristiani senza paura di sporcarsi, di lasciarci ferire il cuore. Compassione è stare dentro la storia con la forza del Risorto, con la certezza che la Carità di Cristo è l’unico vero farmaco che può salvare l’umanità. È affermare ancora una volta, con fermezza, l’ I Care (di Gesù e di don Lorenzo Milani) contro ogni logica di potere e di indifferenza che toglie il respiro e tende a relegare l’umanità ferita nei bassifondi della disperazione e dell’inutilità. È credere fermamente che ogni uomo mezzo morto che incontriamo sul nostro cammino, non è un caso, ma è un dono di Dio, è una parola di Vita che è pronunciata anche per la mia salvezza. È credere che quella persona, relegata nella periferia della vita, è presenza sacramentale di Gesù Crocifisso Risorto, è tabernacolo vivente della Carità di Dio. È credere al valore inestimabile della sua dignità, alla preziosità delle sue sofferenze e delle sue ferite, alla bellezza e alla grandezza di ogni uomo “che fin dal grembo materno Dio ha tessuto come un prodigio”.

Vedere e avere compassione è guardare alla nostra storia con gli occhi ed il cuore di Dio, è scoprire che in ogni frammento di vita è racchiusa la bellezza di un Amore Immenso che ci cullerà per tutta l’eternità. È affermare sempre la vittoria della Vita e dell’Amore.


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