Rompere il silenzio - CARITAS TARVISINA

Rompere il silenzio

 

Nello scenario confuso di un Italia a forte rischio populista, alle prese con tanti, troppi problemi concreti da tempo senza soluzione, mi hanno ferito profondamente le affermazioni irresponsabili degli “uomini del cambiamento”. Con modalità simile a quella della tifoseria da stadio hanno acceso gli animi e aperto un lacerante conflitto istituzionale. Dinanzi a prospettive non certo rosee e nel caos della politica da stadio, il Presidente della Repubblica, pensando solo al bene della nazione, ha avuto la forza della tranquillità e della serenità per accompagnare il nostro paese verso un governo politico.

Il Presidente della Repubblica ha fatto la sua parte e ora ci auguriamo che chi si è assunto la responsabilità di governo abbia la lucida serenità per accompagnare il nostro paese verso orizzonti più luminosi dove ogni cittadino sia tutelato nei suoi diritti e sia stimolato ad assolvere i propri doveri, consapevole che solo così si custodisce il bene comune. Auguro a chi è al governo di attivare veramente un cambiamento, non solo di casacche e di colori, ma di paradigma. Purtroppo fin dalle prime battute non sembra che il paradigma sia diverso. Anzi i toni sono sempre quelli di cercare un capro espiatorio, ora è l’Europa, ora sono i governi precedenti, ora sono gli immigrati, ora sono i poteri forti. È sempre colpa di qualcuno o di qualcosa che ci è caduto addosso. E le nostre responsabilità ?

Sono convinto che come chiesa dobbiamo uscire da un lungo letargo, che ci ha visti appisolati nelle sicurezze dettate anche da certi privilegi. Non dobbiamo più rimanere in silenzio dinanzi all’ingiustizia e all’inequità che sta schiacciando milioni di persone. Non possiamo assuefarci alla logica dello scarto, non possiamo delegare a qualcuno di ritrovare il sentiero della giustizia e della valorizzazione della dignità di ciascuno. Non possiamo far finta di nulla quando risuonano, con una violenza vorace, proclami che promettono sicurezza, sviluppo, benessere nella misura in cui sapremo respingere, calpestare, annullare l’altro. Forse questa prospettiva ci lusinga, perché mette al primo posto il nostro bene individuale, i nostri interessi fino ad arrivare a mettere come prima priorità “a casa loro, prima i nostri”. E se domani, dato che il vento della politica cambia rapidamente direzione, qualcuno di noi restasse fuori dalla categoria dei “nostri”. Non possiamo lasciare che con abilità dialettica ci vengano raccontate favole sul cambiamento. Quello che ieri si chiamava inciucio, oggi si chiama contratto; quello che è stato un attacco istituzionale, si chiama difesa della democrazia. Non so se è nata la terza Repubblica, di certo so che ancor oggi sono presenti le stesse dinamiche e le stesso paradigma del passato. Non può essere una piattaforma informatica che fa la democrazia.

Come chiesa e come cittadini non possiamo rimanere in silenzio, dobbiamo continuare a partecipare alla vita politica del nostro Paese, senza ricadere nell’errore del passato di delegare, senza uno sguardo critico, le scelte del nostro presente e del nostro futuro al mondo dei politici di professione. Può essere veramente il tempo del cambiamento, se come cittadini non abdicheremo alla nostra capacità critica, volta a sostenere tutte le scelte a favore dell’uomo (di ogni uomo e in ogni situazione), ma anche a reagire dinanzi a tutto ciò che è contro la dignità dell’uomo. E questo sempre e solo attraverso gli strumenti che la Costituzione ha sancito e prevede. Partiamo dalla memoria dei nostri padri che hanno fatto l’Italia e l’Europa, non lasciamo che venga infangata dagli urlatori dell’ultima ora. Impegniamoci tutti a ragionare di più con la testa ed il cuore, rispetto alla pancia. Certo è faticoso e ci chiederà anche di pagare un prezzo, ma troviamo il coraggio di uscire da questo incantesimo ipnotico in cui sembra che tutto si risolverà “rompendo” con gli altri, lasciando fuori qualcuno. Facciamo memoria anche degli errori del passato che non sono solo della “politica”. Se oggi abbiamo un debito pubblico così alto, non è perché abbiamo vissuto e continuiamo a vivere sopra le nostre reali possibilità ? Impariamo dagli errori del passato, per cambiare paradigma, altrimenti ci inventeremo nomi nuovi, ma continueremo ad alimentare la forbice del divario tra ricchi e poveri, continueremo a difendere la nostra posizione contro quella dell’altro … in una parola non riusciremo a garantire a tutte le persone la dignità e la bellezza di essere pienamente uomini e donne.


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