Un anno di AVS in Caritas - CARITAS TARVISINA

Un anno di AVS in Caritas

Maggio 2017. Stavo giungendo al termine del mio percorso universitario in Scienze dell’Educazione e dentro di me sentivo un fermento di pensieri ed emozioni. Mentre studiavo per sostenere gli ultimi esami, stavo preparando anche valigia, mente e cuore in vista del tirocinio che avevo deciso di svolgere all’estero, in Bolivia, e dovevo decidere se e dove continuare gli studi con un corso magistrale, se iniziare a lavorare o impegnarmi in qualche altra attività; le possibilità davanti a me erano numerose. Sentivo l’esigenza di chiarirmi le idee e di sperimentarmi nei diversi campi del sociale ai quali il mio titolo mi avrebbe dato accesso ed ecco che, venuta a conoscenza dell’Anno di Volontariato Sociale proposto da Caritas Tarvisina, esso mi è sembrato la scelta in quel momento più giusta per me. Una scelta economicamente e utilitaristicamente certamente meno vantaggiosa rispetto a quella di cominciare a lavorare e forse per questo meno comprensibile, ma che, col senno di poi, si è rivelata davvero preziosa. Sentivo che questa esperienza poteva rispondere da una parte al mio costante desiderio di mettermi in gioco, di crescere, di conoscermi meglio, di acquisire una maggiore apertura mentale e una maggiore capacità empatica e dall’altra a quel senso di responsabilità che mi fa sentire in dovere di conoscere anche realtà più sfortunate della mia e di aiutare chi è più in difficoltà. Come posso vivere tranquillamente la mia vita senza tener conto di chi per diversi e combinati motivi non ha avuto la mia stessa fortuna? Come posso rimanere indifferente a tutto ciò? Sento come se vivessi solo a metà se non mi confrontassi anche con alcune di quelle situazioni più difficili o tragiche che non toccano direttamente la mia quotidianità ma toccano quella di milioni di altre persone, per i motivi più vari (fragilità, povertà, solitudine, discriminazione, abbandoni da parte della famiglia…). Sento che per vivere fino in fondo e per rinnovare il senso che ha vivere in questo mondo sia necessario passare anche attraverso la conoscenza della sofferenza, delle contraddizioni, delle assurdità, di quelle vite che a prima vista non hanno alcun senso di essere vissute.

Ecco quindi che sono approdata tra le altre realtà a offrire il mio servizio a La Nostra Famiglia di Oderzo (TV) dove ho avuto la preziosa opportunità, una volta a settimana, di varcare la soglia del centro diurno e degli ambulatori in cui vengono svolte le attività psicomotorie. Per me si trattava della prima esperienza nel campo della disabilità. Per quanto mi ritenessi già sensibile al tema, non posso negare che il primo giorno, nell’incontrare le persone lì presenti, sia stata in primo luogo colpita dalle loro incapacità, difficoltà o mancanze. Mi avvicino ad alcune di loro e mi presento; qualcun altro invece si avvicina spontaneamente. Comincio ad imparare qualche nome e a chiacchierare con loro. Lavorandoci insieme, condividendo il momento del pranzo e le pause, giorno dopo giorno quelle “persone disabili” sono diventate per me semplicemente Elia, Veronica, Sandra, Giovanni, ecc.. Poter incontrare una persona e poterla conoscere al di là di come si presenta a prima vista o dell’etichetta che le viene attribuita, ha un valore inestimabile: dà la possibilità alle persone coinvolte di riconoscersi nella loro interezza, identità e dignità e di arricchirsi vicendevolmente. Veronica mi ha colpito per la spontaneità con cui dona affetto e conforto agli altri e all’attenzione che ha per i bisogni altrui. Sandra mi è rimasta nel cuore per la sua dolcezza. Elia per la sua simpatia. Giovanni per la sua pacatezza e tranquillità. Valentina per la sua tenacia e il suo coraggio. Con i bambini conosciuti durante le sedute in ambulatorio è stato il gioco a permettere l’incontro. Ho ancora nitida davanti a me l’immagine del grandissimo sorriso di Tommaso, accentuato da quel suo sguardo che sapeva sorridere con la stessa intensità e da quella fragorosa risata che risuonava nel momento di massimo divertimento. Il clima che si respira è caloroso, familiare. Gli operatori sono i primi a testimoniare la volontà di creare e mantenere una relazione con le persone che frequentano il centro. Ed è questo che fa la differenza! È questo che permette di entrare in uno scambio reciproco che comporta apertura e crescita.

Il valore della persona e della relazione è stato posto alla base della formazione e quindi di tutti i servizi che Caritas Tarvisina mi ha permesso di vivere. Un altro luogo di servizio che mi ha particolarmente aiutato a prendere coscienza di questo è stato la comunità “Il Sicomoro” di Varago di Maserada (TV). In questa casa vengono ospitate persone ex detenute o che stanno terminando di scontare la loro pena in modo alternativo. Spesso il mio servizio lì non prevedeva lo svolgimento di compiti o attività, ma consisteva semplicemente nello stare lì a chiacchierare con gli uomini accolti, davanti ad una tazza di tè o caffè. Essere visti e ascoltati era ciò di cui avevano più bisogno ed io, d’altra parte, ho fatto volentieri tesoro dei loro racconti e delle loro parole. Se all’inizio avevo un po’ di timore all’idea di entrare a contatto con loro, man mano che approfondivo la loro conoscenza vedevo emergere le loro fragilità e il loro grande bisogno di essere accolti. Ora mi ritrovo più spesso a pensare a quale possa essere il vissuto di chi ha compiuto il reato, oltre che a quello di chi l’ha subito, e credo che ciò possa portare ad un radicale cambiamento di prospettiva, anche in questioni di vita quotidiana in cui si viene personalmente coinvolti. Ciò che ho realizzato nitidamente e con grande gioia a distanza di un po’ di tempo dal termine dell’anno di volontariato è che ora mi viene spontaneo pensare a quelle persone per quello che sono, per la relazione e l’affetto che si è creato tra me e loro, dimenticando che hanno avuto problemi con la legge.

A coronare e a confermare con maggior forza l’importanza dell’esserci, dell’incontro, è stata, con mia sorpresa, l’esperienza prevista per l’estate. Si trattava di un viaggio della durata di due settimane in Giordania, proposto da Caritas Tarvisina (in collaborazione con l’ufficio diocesano della Pastorale giovanile) ai giovani della diocesi di Treviso, il cui scopo era quello di offrire un segno di vicinanza e di sostegno a Caritas Giordania nel suo operare a favore dei profughi siriani, iracheni e palestinesi che fuggono dal loro Paese a causa di guerre e persecuzioni. Noi, in particolare, abbiamo avuto modo di relazionarci con i cristiani iracheni, i quali sono costretti letteralmente a scappare dalla loro terra in quanto perseguitati da parte dell’ISIS a causa della loro fede e che, non potendo lavorare in territorio giordano, sono in attesa da mesi o anche anni di poter emigrare in un altro Paese nella speranza di una vita più dignitosa per sé e i propri figli.  Il senso della nostra presenza nei luoghi in cui avremo prestato servizio non sarebbe stato tanto il capire, il fare, quanto piuttosto l’esserci, il saper stare a fianco a quelle persone, il saper ascoltare…non tanto l’esserci per loro ma con loro, così da non farli sentire soli, abbandonati, così da accorgerci di loro, scacciando l’indifferenza. Inizialmente non riuscivo a spiegarmi con convinzione come effettivamente la nostra presenza della durata di sole due settimane in quei territori potesse far sentire a quelle persone la nostra vicinanza. Invece poi ho constatato che è stato proprio così. Noi avevamo sete dei loro racconti e loro del nostro ascolto. Ed ecco che lavorando con loro nei centri Caritas o incontrandole direttamente nella loro umile dimora le distanze si sono accorciate ed è nato uno scambio, un senso di fratellanza e di gratitudine per ciò che l’uno aveva donato all’altro. Quelle persone non saranno più per noi “dei rifugiati iracheni”, ma possiamo chiamarle per nome, collegarle ad un volto, ad una storia, a quelle specifiche emozioni che ci hanno detto di aver provato e a quelle che abbiamo percepito stessero sentendo mentre condividevano con noi un pezzo doloroso della loro vita. Non meno importanti sono stati i momenti di scambio e condivisione con i volontari di Caritas giordani, con i miei compagni di viaggio e con i nostri accompagnatori e la possibilità di entrare in contatto con una nuova cultura, nuovi paesaggi, nuovi sapori.

Sono davvero tante le realtà e le persone da scoprire che fanno del bene. Non fanno rumore, ma hanno un ruolo fondamentale sia per il loro operato che per i circoli virtuosi che innescano. Le ho sempre ricercate come fonte a cui attingere per crescere, allargare i miei orizzonti, acquisire nuovi spunti per poter essere anch’io, nel mio piccolo, seme di bene. Crescita, apertura ed incontro credo siano parole tra loro intrinsecamente legate e rappresentino un percorso continuo che ciascuno deve compiere personalmente. Ringrazio di cuore tutti coloro che finora mi hanno permesso di proseguire su questo cammino, tutte le persone incontrate e quelle con cui ho condiviso un pezzo di strada. Un immenso grazie in particolare a Caritas Tarvisina che mi ha donato la straordinaria opportunità di vivere quest’Anno di Volontariato Sociale, un’esperienza che rimarrà per sempre nel mio cuore, che mi ha permesso di assumere un nuovo sguardo – quello della carità – sulla realtà…un’esperienza che mi impegnerò a non incorniciare semplicemente come piacevole ricordo della mia vita, ma che cercherò di far sempre più mia nella quotidianità. (Ines 23 anni, Ormelle)


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