Uomo dove sei? - CARITAS TARVISINA

Uomo dove sei?

Domenica 10 novembre abbiamo vissuto l’assemblea delle caritas parrocchiali, un momento molto importante di formazione, confronto e scambio. Quest’anno siamo stati aiutati nella riflessione dal direttore della rivista Il Regno, dott. Gianfranco Brunelli. Il titolo dell’incontro era Uomo dove sei? e aveva come obiettivo quello di fare il punto della situazione alla luce della Parola di Dio, di stare dentro un discernimento del tempo presente.
Le storie raccontate nelle prime pagine della Genesi non dicono ciò che è avvenuto cronologicamente all’inizio della storia dell’umanità, ma ciò che accade nella storia di ogni uomo e di ogni donna, e la domanda con cui Dio provoca Adamo è l’interrogativo di sempre, è la domanda che in ogni istante Dio potrebbe rivolgere a ogni persona: “Dove sei?”. Che tradotto significa: ripensa alla tua vita, al tuo cammino, a ciò che stai vivendo, al punto in cui ti trovi e al percorso che hai fatto per arrivare fin qui. Come stai? Quali sono ora i tuoi stati d’animo? È un invito a fare il punto della situazione, a non essere dei fuggiaschi, ma uomini e donne responsabili. È un invito a deporre le maschere, ad essere veri, autentici. Questo non riguarda solo il proprio cammino personale, ma a che fare anche con il nostro modo di stare dentro il mondo come uomini e come cristiani.
Il tempo che stiamo vivendo ci sta mandando dei segnali molto importanti che ci chiedono di sostare in maniera responsabile e profonda sulla questione di dove è finito l’uomo. La questione ambientale, le migrazioni forzate, la crisi del modello di sviluppo, le ingiustizie e le diseguaglianze che spaccano il mondo in poveri e ricchi, le guerre, le violenze, l’intolleranza sono elementi che tracciano traiettorie di gravi difficoltà e di profondo malessere dell’umanità. Questi segni negativi tolgono la speranza e offuscano la vista per cui non siamo più capaci di vedere il bene che silenziosamente continua a crescere. Come uomini e come credenti dobbiamo assolutamente ritrovare la forza della speranza.
Come discepoli del Signore siamo chiamati ad amare questo mondo, questa umanità con la consapevolezza che è necessario impastare la storia con la forza redentrice del Vangelo. È solo alla luce della Parola di Dio che riusciremo a capire dove siamo e non andremo alla deriva. Dio continua a considerarci suoi alleati, strumenti preziosi perché cresca il suo Regno. Sceglie di avere bisogno di noi e ci chiede di saper leggere con fede questa nostra storia. Dinanzi a tante violenze ed ingiustizie, possiamo essere tentati di leggere la disfatta definitiva dell’umanità, il trionfo del male su tanti tentativi di bene che si sono rivelati inutili. Qui è necessario un cambio di rotta, una conversione profonda. Siamo chiamati a leggere le difficoltà e i momenti di crisi come opportunità per un nuovo mondo, per una nuova umanità. Che cosa il Signore ci sta chiedendo come singoli e come comunità cristiane? Quale chiesa, quali parrocchie e quale caritas siamo chiamati ad essere per rispondere al mandato sempre nuovo di essere sale della terra e luce del mondo?
Sono domande preziose che accompagnano l’intera vita, sulle quali è necessario fare un continuo discernimento. Però, mi sembra, due siano le direttrici su cui orientare un autentico cambiamento. La prima è che per un mondo rinnovato coloro che per primi devono cambiare siamo noi. Si tratta di ritrovare la cifra dell’umano dentro tutte le dimensioni del nostro vivere. Significa smantellare il muro del nostro individualismo e della nostra indifferenza perché a furia di nasconderci per le nostre paure, siamo rimasti “soli”, meglio siamo rimasti isolati. Dobbiamo cambiare noi e non pensare che la conversione riguardi sempre e solo gli altri. Ci nascondiamo dall’amore, perché ci nutriamo di troppe ambiguità e compromessi. Dinanzi alla sofferenza, all’emarginazione, alle chiusure e alla morte di tanti fratelli, siamo tentati di pensare che la colpa sia di alcuni e soprattutto delle logiche di questo mondo. Siamo proprio così sicuri che le nostre mani siano così pure e linde, che non ci siano tracce di sangue dovute al nostro egoismo e al nostro individualismo? La seconda è che siamo chiamati a deporre le vesti del potere, per indossare il grembiule della carità e della giustizia. Possiamo ritrovare noi stessi e ritrovare la verità dell’uomo solo nella misura in cui saremo capaci di disinnescare tutte quelle dinamiche di potere e dominio che governano le nostre relazioni e che sovente tolgono dignità alle persone.
I segni di questo nostro tempo ci invitano ad abitare la storia con la consapevolezza che in ogni frammento di vita, anche in quelli feriti dalla fatica e dalla sofferenza, è contenuta la forza sempre nuova e sorprendente di un nuovo inizio. Ritroviamo la dignità del nostro essere stati fatti a immagine e somiglianza di Dio, ritroviamo la bellezza di quello che siamo, ritroviamo l’uomo che è in noi.


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