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DONNE CHE RESISTONO

Non solo vittime della guerra, ma parti attive del Paese che verrà

 

Mentre in Italia l’emergenza legata alla diffusione del COVID-19 assorbe ogni nostra attenzione, occorre non abbassare lo sguardo verso altre tragedie non meno importanti e che durano da ancor più tempo. Siamo infatti arrivati ormai al nono anno dalla guerra in Siria, che dal 15 marzo 2011 oltre a provocare un doloroso esodo verso i paesi vicini, vede soffrire in modo particolare le donne: vittime, schiavizzate, violentate da una guerra che non hanno scelto.

A questo ennesimo e luttuoso anniversario, proprio per non dimenticare, Caritas Italiana dedica il dossier “Donne che resistono. Non solo vittime della guerra, ma parti attive del Paese che verrà”, animato dalla volontà di ripartire dal femminile, analizzando i molteplici contesti di conflitto nel mondo e i tanti ruoli svolti dalle donne in quei luoghi: da vittime di violenze perpetrate dagli uomini a pilastro che regge la famiglia e guida la società al di là della guerra.

Alice, giovane Avs in Caritas a Treviso, ha letto il dossier e condivide con tutti noi una sintesi …

In Siria è altissimo il numero di persone vulnerabili che richiedono livelli speciali di protezione: tra i principali si possono trovare le donne, oltre che i bambini, gli anziani e i disabili.

La guerra in Siria, arrivata oggi al nono anno, ha delle conseguenze che bruciano come calce viva sulla pelle delle donne. Proprio Papa Francesco, nella sua prima omelia del 2020, dando voce alla tragedia di questo Paese, è stato chiaro nel ribadire la necessità di “ripartire dalla donna” per realizzare la vera salvezza. Le donne, in Siria e negli altri contesti di guerra, sono le principali testimoni della croce e, contemporaneamente, cercano con lo sguardo una Resurrezione ancora molto lontana. Sono loro ad essere schiavizzate, violentate e vittime di una guerra che non hanno scelto ma, al contrario, subito. È il genere maschile, infatti, a desiderare, organizzare e alimentare la guerra.

Dal 2011 ad oggi, sono 28.076 le donne siriane che hanno perso la vita in questo conflitto. Eppure, quello che le donne cercano di fare, finché sono in vita, è quello di riportare ordine in un luogo in cui governa il caos più totale. Esse si impegnano a costruire un ordine temporaneo, ovviamente proporzionale alla durata della guerra.

La triade che sempre più si afferma è quella della donna/vittima – combattente/leader – madre/lavoratrice. Tuttavia, dall’analisi dei moderni conflitti armati, emerge che le donne sono l’obiettivo delle più disperate forme di violenza sessuale. Questo costituisce altresì una vera e propria tattica di guerra che lascia profonde ferite, a volte troppo grandi per essere curate a causa dell’investimento di risorse (mediche, psicologiche, legali) che un Paese post-conflitto non possiede. Le conseguenze, infatti, possono protrarsi anche all’indomani della guerra come fase successiva dello stato di insicurezza diffuso e dell’impunità dei criminali.

Risulta tuttavia possibile evidenziare le tante tessere che compongono il significativo mosaico dell’essere donna in Siria oggi. La sofferenza è sicuramente la caratteristica principale per tutte poiché essa si esplica nell’essere doppiamente vittima del conflitto: in prima istanza, le donne sono scelte come target privilegiato perché la violenza contro di loro è considerata strumento funzionale di educazione; in seconda istanza, esse subiscono le limitazioni alla mobilità, l’abbandono scolastico, la prostituzione, l’accattonaggio per fronteggiare gli effetti del conflitto. L’altro aspetto comune a tutte le donne siriane è l’attivismo che si declina in ambito familiare, lavorativo e umanitario.

Ai martiri del conflitto, si sommano i martiri ancora in vita: tra questi, tantissime donne che lottano quotidianamente senza armi per tenere in vita una società lacerata. Al posto dei mitra e dei fucili d’assalto hanno nelle mani pennelli e piccole spatole: per ricostruire con bellezza i vuoti lasciati dalla morte. Emblematico è il coraggio di queste donne che stanno insegnando a tutti la capacità di reagire a bombe, sequestri e violenze di genere.

Mentre noi oggi siamo preoccupati dalle limitazioni e dal ridimensionamento della nostra vita che ha portato con sé il Coronavirus, in Siria dall’oggi al domani le donne sono precipitate in una situazione in cui non avevano alcun tipo di responsabilità perché essa era affidata tutta agli uomini. Le cittadine siriane hanno quindi subito le violenze dimostrando una straordinaria lucidità nel gestire una situazione dove mancano pace e stabilità, dove i figli non vanno a scuola e i mariti che sono soldati o ribelli vanno a combattere.

Le donne, rimanendo a casa a gestire la famiglia ma anche la società, hanno tirato fuori un coraggio esemplare nel rimanere e nel portare avanti con dignità il loro ruolo.

Per una pace reale e duratura in Siria, non bisogna cercare il minore dei mali, ma il bene della Siria per tutti i siriani.

 

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