La veglia per i migranti morti lungo il cammino con vescovo, imam e comunità cattoliche di origine straniera
Una sedia bianca dedicata a ciascuno degli uomini, delle donne e dei bambini che hanno perso la vita lungo le rotte migratorie. Venerdì sera, 2 ottobre, alla Casa della Carità di Treviso, la veglia “Ascoltiamo il silenzio” ha dato un volto e un posto, nella preghiera e nella memoria, a chi è morto senza lasciare un nome e un corpo da seppellire.
A presiedere la preghiera è stato il vescovo Michele, insieme all’imam Abdellah Wahmane, che ha guidato la preghiera della comunità musulmana per gli “assenti”. Con loro, rappresentanti delle comunità cattoliche cinese, ghanese e filippina, don Silvano Perissinotto, direttore di Migrantes, don Bruno Baratto, direttore della Caritas diocesana ed Enrico Marignani, avvocato, mediatore penale e presidente dei Giuristi cattolici.
Il cuore della serata è stato il riconoscimento della dignità di ogni persona, anche quando di quella persona non rimangono un nome o un corpo. Una testimonianza immaginaria di donna ha dato voce a chi è partito portando con sé una speranza e non è mai arrivato; le letture e le preghiere hanno riportato al centro storie, legami familiari, sogni e attese che non possono essere cancellati dalla morte. Gli articoli del Testo unico sull’immigrazione, presente nella legislazione italiana dal 1998, hanno ricordato i diritti di cui è portatrice ogni persona migrante.
Il vescovo Tomasi ha richiamato il racconto biblico di Tobi (nel libro di Tobia), che interrompe il pranzo, raccoglie il corpo di un uomo ucciso e gli restituisce un luogo riparato in attesa di seppellirlo. “Noi stasera non possiamo seppellire nessuno. Non abbiamo i loro corpi, non conosciamo i loro nomi”, ha sottolineato. Ma possiamo custodirne la memoria, perché non siano “morti due volte, la prima nel mare e la seconda nell’oblio”.
La veglia si è conclusa con un gesto particolarmente significativo: la benedizione del mare, compiuta dal vescovo e poi da tutti i partecipanti con rametti d’ulivo. Quel mare che per tanti migranti è stato la via verso una speranza e che oggi custodisce e ricopre, come una grande coperta, i corpi di donne, uomini, bambine e bambini. “Non lo facciamo perché il mare sia colpevole o perché sia sacro – ha spiegato il Vescovo – ma perché custodisce i loro corpi, e noi li vogliamo affidare all’abbraccio di Dio, che non dimentica nessuno dei suoi figli”. “Nulla della loro vita è perduto davanti a Dio”, ha ricordato mons. Tomasi: nessuna lacrima, nessun sogno, nessun passo del loro viaggio. La preghiera finale ha raccolto l’impegno a non lasciare che il silenzio diventi oblio: “che la nostra preghiera diventi azione, che il nostro silenzio sia voce per chi non ha voce”.
AC
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