Grazie al progetto “Emmaus”, realizzato con fondi 8xmille della Chiesa cattolica, si è avviato un processo partecipativo per chi vive quotidianamente la Casa della Carità: persone senza dimora, volontari e operatori. I partecipanti hanno avuto la possibilità di ripensare a come vivere luoghi e tempi condivisi.

Le persone che incontriamo non sono solo poveri, ma sono molto di più. Lo sappiamo bene in Caritas Treviso, ed emerge in modo netto ogni volta che si organizza una delle gite con ospiti senza dimora, volontari, operatori, all’interno del progetto “Emmaus”, finanziato da diversi anni con fondi 8xmille della Chiesa cattolica. Mercoledì 15 aprile, infatti, 7 ospiti, 8 volontari e 3 operatrici si sono recati presso il Museo Santa Caterina per una visita guidata alla mostra “da Picasso a Van Gogh”. Certamente chi è in povertà e si rivolge ad una Caritas manca di risorse materiali, ma non di risorse personali che può e vuole mettere a servizio della comunità. Questa consapevolezza, che caratterizza ormai lo stile con cui si costruiscono le relazioni in Caritas, è frutto di un lungo processo avviatosi con la prima annualità del progetto “Emmaus”.
L’obiettivo del progetto era, ed è, quello di far sentire gli ospiti senza dimora, ma anche i volontari attivi nei servizi e gli operatori Caritas, parte attiva della vita della Casa della Carità, luogo dove ogni giorno passano decine di persone per il Centro di Ascolto diocesano, la mensa serale, l’accoglienza notturna, le docce, la lavanderia e i bagni pubblici.
Quando abbiamo avviato “Emmaus” sapevamo che i bisogni delle persone non sono soltanto materiali: il rischio che si corre in una Caritas, dove chi arriva ha necessità primarie molto immediate (mangiare, lavarsi…), è che l’urgenza di rispondere a bisogni faccia perdere di vista che ogni persona deve essere vista, riconosciuta, chiamata per nome. Con il progetto si voleva, dunque, offrire la possibilità a tutti di sentirsi protagonisti di qualcosa in più, presenti ciascuno con il proprio modo e le proprie idee e capacità. In questi quattro anni sono stati realizzati, con e dagli ospiti senza dimora, laboratori di ceramica, cucina, di arte del riuso, di fumetti, di arte-terapia, teatro, ma anche visite a musei, la realizzazione di due murales negli spazi dell’accoglienza notturna della Casa, momenti di discussione e condivisione sul funzionamento dei servizi, ed una mostra pubblica sull’intero progetto, organizzata in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri del 2025, dal titolo – scelto dagli ospiti stessi – “Poveri, ma…”. In tutte queste occasioni, in vario modo, le persone senza dimora non sono stati soltanto partecipanti, ma veri e propri ideatori o collaboratori nella realizzazione delle attività.

Per vivere questo è però è stato necessario mettere al primo posto la relazione tra di noi: operatori, volontari e ospiti, uscendo completamente dalla dinamica richiesta-risposta e immaginandosi in un tempo dedicato allo stare insieme, al raccontarci reciprocamente, a ridurre le distanze facendo concretamente delle cose belle. È scegliere di vivere una responsabilità reciproca, poiché siamo tutti responsabili della relazione, della Casa della Carità, della buona convivenza. Per fare questo, come operatori Caritas “Emmaus” ci ha spronato a lasciare spazio agli altri, senza sapere dove questo ci avrebbe portati. Negli anni abbiamo scoperto ospiti senza dimora che ne sanno di arte, che sanno recitare, interessati alla cultura e che desiderano fare esperienze nuove. La strada non è l’unica loro prospettiva e lo testimonia il successo di momenti vissuti assieme.
Si è parlato della bellezza di questo processo ormai entrato nel modus operandi della nostra Caritas anche sabato 11 aprile, durante la giornata di incontro con i referenti delle Caritas parrocchiali della diocesi, durante la quale un tempo è stato dedicato proprio alla testimonianza di un’operatrice del progetto Emmaus, due ospiti e un volontario. “L’animazione passa anche da esperienze come questa”, ha raccontato la referente progettuale, “perché Emmaus ha animato i nostri cuori e il nostro agire a spingerci oltre… ci ha permesso di dirci che è possibile pensare e vivere la carità insieme, non è solo un dare qualcosa ad un altro, ma è far sì che l’altro possa incidere con la sua presenza in questo luogo e in questo tempo, che la sua presenza non è solo di passaggio”.
Infine, la potenza di ciò che è stato costruito con il progetto ha reso possibile l’ideazione, progettazione e conduzione corale da parte di ospiti, volontari e operatori della visita agli spazi della nostra Caritas, realizzata in occasione della giornata di porte aperte “Passi…da noi?!” (leggi l’articolo e vedi le foto). Il 9 maggio oltre 200 cittadini sono stati accolti dagli ospiti e dai volontari presso gli spazi della Casa della Carità, dove era stata anche allestita nuovamente la mostra “Poveri, ma…”, ed hanno scoperto questo luogo guidati dal loro racconto e dalla loro testimonianza.
Questi piccoli ma grandi segni rendono sempre più concreta per Caritas la speranza di riuscire sempre meglio ad incarnare (e raccontare) un modo diverso di relazionarci con le persone definite povere, di rendere tutti, operatori, volontari, ospiti, protagonisti della Casa e di immaginare un modo diverso di fare carità, che possa diventare cultura nuova.
























