Un tetto, finalmente - CARITAS TREVISO

Un tetto, finalmente

Dal 1° dicembre otto senza dimora che dormivano nelle vicinanze delle strutture parrocchiali di Santa Maria sul Sile, hanno trovato posto in un appartamento nel complesso degli Oblati a Treviso. Si tratta di un’accoglienza notturna, gratuita, sostenuta dalla parrocchia, d’intesa con la Diocesi, proprietaria dell’immobile

Dopo giornate di freddo intenso e ghiaccio, stasera incombe sulle nostre teste la pioggerellina. Per fortuna nostra, dobbiamo compiere solo pochi passi nel giardino della casa degli Oblati, a Treviso, salire le scale esterne e varcare la porta di quella che è ora, per otto senza dimora, casa. Chissà com’era ripararsi dalla pioggia, nella loro situazione precedente, sotto la pensilina della porta della chiesa, dell’oratorio o della casetta della Caritas di Santa Maria sul Sile… Sì, perché quasi tutti loro, negli ultimi mesi, non trovando posto nei dormitori di via Pasubio e in Casa della carità, si erano “accasati” lì. Fino a 15 persone dormivano all’esterno.

Dal 1° dicembre, grazie a un accordo tra Diocesi di Treviso, Caritas tarvisina e parrocchia di Sant’Angelo e Santa Maria del Sile, per 8 di loro si è trovato un posto dignitoso in un appartamento nel complesso della casa degli Oblati, non distante dal cavalcavia della stazione ferroviaria di Treviso.

Entriamo insieme a Nicola dello Iacovo, diacono permanente in servizio nella parrocchia di Sant’Angelo. Tocca a lui, questa notte, dormire qui. Eh sì, perché l’accordo prevede che ci sia una prima accoglienza degli ospiti verso le 19.30 da parte di un operatore della cooperativa La Esse, stipendiato, e da un volontario. Poi giunge anche il volontario che trascorrerà la notte qui. Quella dei volontari è una bella storia nella storia di accoglienza: all’inizio c’era qualche dubbio sul riuscire ad averne un numero sufficiente per non dover pesare troppo sulla disponibilità del singolo. E, invece, sono 60 e se ne continuano ad aggiungere di nuovi, previo colloquio, reciproca conoscenza e comprensione se questo servizio fa per loro. Questa sera, nell’appartamento, per un’oretta, c’è anche Bruna, di Caminantes, è lei il primo sorriso accogliente che ogni ospite incontra appena arriva. Idris, di origine marocchina, di ritorno dal lavoro nei campi, è ai fornelli, si sta facendo un te caldo. Qui si fa solo la colazione, con la collaborazione della San Vincenzo cittadina, la cena è offerta nella vicina Caritas, le utenze sono a carico della Diocesi. Due di loro lavorano come lavapiatti e una cena la racimolano lì. Questa sera, però, sul tavolo c’è una bellissima e buonissima pizza. Un regalo, inaspettato, ma non un unicum. La Provvidenza svolge bene il suo compito.

Alla spicciolata arrivano tutti, hanno fretta di farsi una doccia dopo una giornata, per molti di loro, al lavoro e, poi, di ritirarsi in una delle tre camere che li ospitano. Una è riservata al volontario, molto meglio della brandina in chiesa a Santa Maria, lo scorso inverno.

Chiedo se hanno voglia di raccontarmi la loro storia, quello che vogliono e possono dire… Achmed, egiziano, è a Treviso da soli tre mesi, non parla italiano e ha gli occhi spaventati di chi ha vissuto troppe brutte avventure: ci aiuta con la traduzione Isaid, marocchino. Problemi politici con il governo di Al-Sisi l’hanno costretto a fuggire dal suo Paese, dove ha lasciato moglie e 5 figli, pur di non finire in carcere. Arrivato in Libia, catturato, è stato chiesto un riscatto al padre, che non aveva disponibilità. Ragione per cui lo hanno picchiato fino a rompergli le braccia. Poi, riuscito a scappare, col barcone è giunto a Siracusa, da lì a Mestre, Padova, Treviso, seguendo il passaparola. Ora, il suo primo obiettivo è imparare l’italiano. I volontari invitano a frequentare i corsi, al centro sociale Django o con l’Auser, in oratorio a Santa Maria sul Sile. Isaid, il nostro traduttore, è in Italia dal 1997, il suo primo lavoro è stato fare l’acrobata in un circo a Palermo e, con quello, ha girato lungo la penisola. Ha lavorato in centro a Treviso, poi a Conegliano, tornato in Marocco per un periodo, non ha più trovato un appartamento in affitto. Così, non gli è rimasto che accasarsi al parcheggio Dal Negro, poi nel dormitorio di via Pasubio, e ora qui.

Quello della casa è il grande miraggio di tutti loro, è il tasto dolente. I documenti sono in regola, il lavoro, a volte precario, instabile, altre volte con buone prospettive che si trasformi in tempo indeterminato, si trova piuttosto facilmente. Questa casa rimarrà aperta, con gli stessi ospiti, fino a marzo, al termine dell’emergenza freddo, ma il sogno, ce lo confermano Nicola e Bruna, è che ci sia un luogo che non chiude mai, uno spazio strutturato, anche diurno, aperto, dove si creino relazioni tra un gruppo stabile. Già con questa soluzione agli Oblati è più facile per i volontari conoscere gli occupanti, chiacchierare, ascoltare il loro vissuto e consentire di scaricare un po’ del peso di vivere lontano dal loro Paese.

Fa male dir loro che alle 8 devono lasciare la struttura, in qualsiasi condizione siano, malati o no, con la pioggia o con il sole, anche a chi non lavora. Per ritrovarsi in strada, con altre decine di persone. Sant’Egidio ne ha contati oltre cento, al parcheggio Dal Negro, all’Appiani, al Panorama, sotto al cavalcavia, in varie parti del centro e della prima periferia. Una bella rete di associazioni gira la sera per portare loro qualcosa di caldo e assicurarsi della loro salute. Ma, poi, capita che un giovane si senta male durante un presidio davanti alla Prefettura, stremato dalla febbre e dalla vita in strada.

Sta diventando tardi, Ousmara, della Guinea, Bilal, del Pakistan, passano velocemente, Moustafa, della Costa d’Avorio, si ferma un po’. Oggi aveva la giornata libera, gli altri giorni raggiunge in bicicletta Mogliano Veneto, dove prepara cassette di frutta e verdura.

Ci resta qualche minuto per parlare del mio recente viaggio turistico in Marocco, della Coppa d’Africa che inizia lì in questi giorni, mentre nel 2030 si svolgeranno i Mondiali di calcio. Chissà se per allora qualcuno di loro avrà fatto ritorno stabilmente nella propria terra natale. Sono qui solo per lavorare, mi dice Yacine, prima o poi, il desiderio è di ritornare a casa.

 

Di Lucia Gottardello su La Vita del Popolo n. 49 del 21/12/2025


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