Richiedenti asilo

Nella nostra epoca, il fenomeno migratorio, che da sempre ha accompagnato l’uomo, sta coinvolgendo milioni di persone che fuggono dalle loro patrie per guerre, persecuzioni, povertà, fame e disastri ambientali.

Sono più di sessanta milioni le persone che lasciano la loro terra e scappano, cercando ciò che a tutti gli uomini spetterebbe la dove sono nati: pace, opportunità e vita.

Sono migranti forzati che arrivano via mare e via terra in Europa, attraversano due o tre continenti, decine di Stati; subiscono violenze, torture e l’oltraggio dei trafficanti di persone umane nel viaggio verso il sogno di un futuro migliore.

Giunti qui, interpellano i singoli e le collettività, sfidando il tradizionale modo di vivere e talvolta, scontrandosi con l’orizzonte culturale e sociale con cui vengono a confronto.

In molti Paesi si incontrano difficoltà e vuoti normativi che regolano in modo incompleto le procedure di accoglienza e che altrettanto incompletamente prevedono itinerari di integrazione a breve e a lungo termine, con poca attenzione ai diritti e ai doveri di tutti.

La paura di perdere i propri privilegi spesso innesca dinamiche di rifiuto e le ripetute falsità su questo tema oscurano i valori della solidarietà, dell’accoglienza e dell’ospitalità.

E’ un argomento che divide, fa alzare barrire e costruire muri di filo spinato, mette in gioco interessi economici e politici ed ignora chi sta subendo tutto questo, lasciando, nell’inerzia, centinaia di persone morire ogni giorno, vittime di drammi quotidiani che si consumano nel silenzio e nella globalizzazione dell’indifferenza, che rende tutti insensibili alle grida degli altri fino da non darci più importanza.

Utile, in questo quadro, analizzare i dati degli ingressi in Europa, che descrivono una situazione tanto chiara quanta significativa. Nel 2014 il numero di migranti forzati giunti sul suolo europeo era pari a 216.054. Nel 2015 la cifra è più che quadruplicata: sono 1.008.616 le persone arrivate in Europa via mare, delle quali 153600 sbarcate in Italia, mentre la stragrande maggioranza, più di 850.000 è passata attraverso i Balcani, risalendo Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia e Ungheria.

L’ottanta per cento degli arrivi proviene da Paesi in guerra come Siria (49%), Afganistan (21%) e Iraq (9%) sintomo che si scappa non solo da condizioni di povertà estrema, ma da Paesi distrutti e dilaniati da anni di guerra e devastazione.

Un dato allarmante riguarda i morti in mare del 2015: 3771 solo quelli accertati; non possiamo, invece, avere traccia, dei barconi, le carrette del mare o dei gommoni partiti ma mai arrivati così come non esiste una stima dei morti che hanno intrapreso la rotta Balcanica tentando di giungere in Europa via terra.

IL CONTESTO LOCALE

Alla crescita esponenziale dei migranti in Europa nel 2015 non corrisponde un’altrettanta crescita di arrivi nel nostro Paese: nel 2015 infatti, con 153.600 ingressi, c’è stata una riduzione del 10% rispetto al 2014, sintomo che molte persone, costrette a scappare dai loro Paesi, preferiscano rivolgere le loro richieste di protezione internazionale altrove in Europa.

I tre Paesi maggiormente rappresentati dagli arrivi in Italia sono Eritrea, Somalia e Sudan anche se le persone di queste nazionalità molto spesso lasciano il territorio per proseguire il loro percorso migratorio verso il Nord Europa, facendo ridurre in modo significativo la cifra dei migranti che rimangono, a tutti gli effetti, in Italia, circa 90.000.

A Treviso, il contesto storico – politico del territorio ha visto susseguirsi, nell’arco del 2015, una serie di eventi che hanno mosso una riflessione più profonda nell’ambito dell’accoglienza migranti.

Per ricordarne alcuni e fare memoria del perché sia importante impegnarsi nel dare una risposta a questo fenomeno sempre più in aumento: il 18 febbraio 2015 un autobus con a bordo 35 migranti di cui 11 minori veniva lasciato davanti la stazione di Treviso incustodito per tre giorni; il 9 giugno, 50 migranti venivano portati alla Caserma Salsa, dismessa e inagibile, nell’attesa di un posto dignitoso dove collocarli, il 13 luglio 2015, 47 profughi afghani e pakistani arrivati a piedi Villorba dalla rotta Balcanica, venivano caricati in un autobus per essere lasciati davanti il Duomo; il 16 luglio 2015, 101 profughi venivano portati in una palazzina a Quinto di Treviso provocando accese polemiche e atti di vandalismo e costringendo la Prefettura a spostarli immediatamente nella Caserma Serena, poi diventata il più grande per numero e dimensione, centro accoglienza della Provincia di Treviso; il 27 novembre 10 profughi afghani e pakistani dormivano sei notti al freddo in Piazza delle Istituzioni, senza sapere dove andare.

Accanto a questi accadimenti, che hanno caratterizzato un clima di tensione e disapprovazione sul tema dell’accoglienza migranti, con rimpalli di responsabilità e incapacità di gestire questo fenomeno, ci sono stati anche dei segni di speranza.

Più cooperative, attive nell’ambito dell’accoglienza, hanno deciso di mettersi in rete anche con Caritas, per promuovere un’accoglienza diffusa che metta al centro la persona oltre il migrante. Si è formata una rete temporanea d’impresa che lavora in modo congiunto e che, condividendo valori e obiettivi, tenta di lavorare in prospettiva, attivando percorsi di sensibilizzazione e occasioni di integrazione per i migranti, preoccupandosi non solo del “qui e ora” ma pensando in prospettiva.

Oltre a questo, alcuni Comuni della Provincia si sono aperti all’accoglienza, aderendo al progetto Sprar per attivare e promuovere un’accoglienza diffusa sul territorio, lavorando in sinergia per poter adempiere alla quota attribuita al Veneto, pari a 7922 migranti, con un’incidenza sulla popolazione locale dell’appena lo 0.16%

I RICHIEDENTI ASILO

I richiedenti asilo sono coloro che, fuori dal proprio Paese d’origine, presentano, in un altro Stato, domanda per il riconoscimento della protezione internazionale e quindi il riconoscimento dello status di rifugiato.

Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 all’art.1, rifugiato è colui che, nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato»

Le persone che giungono ora nel nostro territorio sono spesso molto giovani di età, per la maggior parte uomini, e molti di loro non hanno alcun sentore delle difficoltà che dovranno incontrare per aver riconosciuta una protezione. Sono ragazzi che hanno lasciato il loro Paese da mesi, alcuni da anni. Partono attraversando il deserto, la guerra, il mare o percorrendo migliaia di chilometri a piedi, con il miraggio di poter vivere dignitosamente e rincorrere i propri sogni.

Le rotte di provenienza sono due: la rotta mediterranea con l’arrivo via mare dai porti del Nord Africa, per la maggior parte provenienti dalla Libia e la rotta Balcanica, risalendo Paesi come Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia e Ungheria con interminabili viaggi a piedi o nei camion dove spesso rimangono intrappolati a morte.

Molti migranti che Caritas Tarvisina accoglie, hanno gravi segni di percosse e violenza nel corpo. Alcuni hanno bisogno di un supporto terapeutico per affrontare il loro passato che qui riemerge con forza. Caritas ha fatto la scelta di accogliere ragazzi maggiorenni, non essendo accreditata per l’accoglienza di migranti minorenni nè di famiglie o donne. I ragazzi ospitati nei nostri centri sono quindi migranti forzati ai quali è impedito un regolare ingresso in Europa attraverso i decreti flussi e al loro interno vi sono i profughi, ossia coloro che scappano da conflitti o da regimi dittatoriali, i migranti economici che scappano da situazioni di estrema miseria e i migranti ambientali che scappano da aree che stanno diventando invivibili a causa di cambiamenti climatici o disastri ambientali.

Come dimostra il grafico, nel 2015, Caritas ha accolto 791 migranti di cui l’84% uomini,l’8% donne , il 3% di minori e il 5% di MSNA (minori stranieri non accompagnati). Di questi 791, l’80% ha proseguito il proprio percorso migratorio verso altre destinazioni come Germania, Svezia e Gran Bretagna e solo il 20% è rimasto nei centri accoglienza aperti nel territorio della Diocesi. [Slide n. 30] + [Slide n. 31]. Le nazionalità più rappresentate nei centri accoglienza di Caritas sono Nigeria, Mali e Gambia

I migranti, giunti nel nostro territorio via mare o via terra, vengono in tempi molto brevi identificati attraverso foto segnalamento e rilascio delle impronte digitali, i cui dati sono inseriti nel sistema centralizzato Eurodac per verificare che abbiano diritto di procedere con la richiesta di protezione internazionale e non siano stati già identificati in precedenza. Segue la formalizzazione della richiesta di protezione internazionale mediante la compilazione di un modulo, C3, da depositare in Questura. Al migrante viene concesso un permesso di soggiorno temporaneo, rinnovato d’ufficio fino al giorno del colloquio in Commissione Territoriale competente per analizzare la domanda di asilo. Le tempistiche sono dai 6 ai 14 mesi. A seguito del colloquio al migrante può essere riconosciuto lo status di rifugiato, oppure pur rigettando la domanda, concessa una protezione sussidiaria o umanitaria. Nel caso di diniego, al migrante spetta l’accesso alla giustizia ordinaria, potendo espletare i 3 gradi di giudizio, o nel caso non volesse ricorrere, un decreto di espulsione con efficacia a 30 giorni dalla notifica e l’impossibilità di ripresentare la medesima domanda negli altri stati della comunità Schengen .