ERIKA sulle tracce di…testimoni di pace - CARITAS TARVISINA

ERIKA sulle tracce di…testimoni di pace

Mercoledì 6 giugno, noi AVS delle Caritas di Treviso e Vittorio Veneto, siamo arrivati con due pulmini nel paesetto di Marzabotto, 6000 persone tra le colline fuori Bologna. La strage di Marzabotto, tutti l’hanno sentita nominare ma pochi hanno veramente coscienza di cos’è stata. Giampaolo, di 84 anni, ci è venuto a prendere nella piazza del paese per condurci prima nel sacrario e poi tra i sentieri di Monte Sole. L’eccidio di Monte Sole, comprendente il paesino di Marzabotto e altri confinanti, incluse tutte le piccole frazioni sparse nelle colline, fu un crimine contro l’umanità, una delle più grandi stragi di civili attuata dalle SS tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Giampaolo, che vive a Marzabotto, non è stato testimone diretto dei fatti, ma grazie alla sua grande passione, la sua ricerca della verità, la sua onestà e la sua intelligenza, ha sempre cercato di ricostruire con coraggio la storia, raccogliendo dati e documenti, ma soprattutto intervistando i sopravvissuti, quelli che hanno visto con i loro occhi, spesso dimenticati dai canali ufficiali. Così ci ha guidato tra le fredde lapidi del sacrario: Maria, anni 13; Lorenzo, anni 5; Gianni, anni 74; Rita, mesi 9; Patrizia, anni 56; Luca, giorni 20. Bambini, anziani, donne, neonati. Uccisi per rappresaglia contro i partigiani, molto forti in quella zona. Con un brivido, abbiamo accarezzato le tombe fredde, spesso vuote per il mancato ritrovamento dei corpi. Qualcuno è comparso dopo anni, nel campo arato di qualche contadino. Giampaolo non ci ha risparmiato nessun particolare violento o raccapricciante, buttandoci davanti agli occhi la disumanità di questi soldati. Come hanno potuto arrivare al punto da gettare dentro al fuoco un anziano troppo lento per camminare, o al punto da aprire il ventre di una ragazza incinta per uccidere il piccolo?

Con inestinguibile energia, anche sotto il sole del pomeriggio, Giampaolo ci ha accompagnati nel monte, dentro i cimiteri e dentro le chiese dove sono avvenute le fucilazioni di massa della gente lì riunita nella speranza di salvarsi. Non aveva fame: il suo pane è stato il racconto, la sua acqua il nostro ascolto. Quello che ricordo di più non sono però le atrocità, ma gli episodi di bontà, un paio forse, di fronte a un migliaio di morti, un nonnulla: una bimba bionda volutamente evitata dalle pallottole, un giovane SS che si rifiuta di eseguire i comandi, un ragazzino lasciato scappare nel bosco. Ci ricorda che le anime non possono essere del tutto nere, che non possiamo perdere la speranza. Giampaolo ci insegna a non generalizzare le colpe, ma a rendere giustizia anche ai colpevoli. Ci insegna il coraggio di cercare la verità anche quando è scomoda, di non dimenticare le persone di fronte alle istituzioni. Ci insegna come dopo fatti del genere non ci siano vincenti, è tutta l’umanità a perdere. “La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga.”(Lapide del cimitero di Casaglia)

Per la notte, siamo stati ospitati dalla Comunità Il Mulino a Vicchio, nella valle del Mugello, in Toscana. E’ una comunità di famiglie che ha deciso di rinunciare al guadagno e all’interesse privato per abbracciare un’ottica di comunione nello stile evangelico. “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.” (At 4,32) Ora sono una trentina di persone, e negli anni si sono resi disponibili per accogliere molti, bisognosi di un tetto e di una mano amica: famiglie in difficoltà economica, minori in affido, persone abbandonate a se stesse, donne migranti sole. Dopo una cena semplice tutti assieme, in una chiacchierata ci hanno raccontato le loro storie, spiegato le loro scelte, illustrato anche le difficoltà superate sempre nel dialogo. La loro realtà è nata da un sogno di adolescenti, molti di loro ancora minorenni, che sono stati creduti dagli adulti. Il loro sogno di una vita condivisa ha ricevuto fiducia, e partendo da un mulino diroccato sono giunti al piccolo villaggio immerso nel verde che è oggi. “Semplicemente crediamo che è possibile accogliersi fraternamente. Pur con i nostri limiti, seguendo il Vangelo, siamo un piccolo segno che vivere insieme tra persone diverse non solo è possibile ma soprattutto è bello.”

Giovedì mattina abbiamo arrampicato i sentieri ripidi del monte Giovi, la stessa strada che ha fatto don Lorenzo Milani quando è salito qui la prima volta, 31enne, inviato come parroco in questo “eremo” nel bosco, come parrocchiani una manciata di contadini sparsi nei casolari. Era stato inviato lì dal vescovo per “punizione”, perché troppo originale, troppo critico nei confronti della società e della Chiesa di allora. Lui per tutta risposta, quando vide la chiesetta di montagna chiese subito che una volta morto lo seppellissero lì vicino, non sapendo che sarebbe successo solo 13 anni dopo. Don Milani fu l’unico e l’ultimo priore di Barbiana, lasciando in eredità, attraverso la sua piccola scuola, un messaggio destinato a non essere dimenticato. Don Milani ha fondato una post-scuola difficile, 365 giorni l’anno, 12 ore al giorno, senza ricreazioni e senza giochi, esigente e severa. Una scuola di avviamento industriale, ma una scuola che appassiona, che insegnava anche il tedesco, l’astronomia, lo sci, la pittura o qualsiasi cosa interessasse ai ragazzi; una scuola senza voti, né punizioni, né bocciature; in cui chiunque sa qualcosa in più degli altri ha il dovere di insegnarla a tutti, che fosse un ragazzo grande verso i piccoli o un ospite di passaggio. “Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: I CARE. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. Me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista -Me ne frego-.”

Una scuola in cui si leggeva la costituzione come il vangelo. La sua era una missione per recuperare gli emarginati, gli scartati dalla scuola pubblica, spesso trascurati, bocciati, il cui futuro era sicuramente quello di seguire i genitori nei campi fangosi, allo stesso modo ignoranti e oppressi. “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.”

Prima delle materie don Milani insegnava ai ragazzi a schierarsi sempre dalla parte dei più deboli e cercare il sapere per usarlo al servizio del prossimo. Dopo la sua morte, l’eredità non fu la scuola, che chiuse, o il gruppo di ragazzi, che si disperse, fu il suo coraggio di andare contro tutti, seguendo il cuore, la coscienza, il suo amore per Dio, ma soprattutto per i suoi ragazzi. Don Milani non si adattò ai canoni del suo tempo, fu un tormentato, un profeta, che voleva rendere migliore il mondo. Dall’obbedienza al suo vescovo che pensava di metterlo a tacere sul monte, il Priore ne ha fatto il capolavoro di una vita.

Erica


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