Essere giovani in Iraq: problemi e speranze. - CARITAS TARVISINA

Essere giovani in Iraq: problemi e speranze.

 

Caritas Tarvisina, in questo tempo di pandemia, ha deciso di rivolgere uno sguardo in più ai giovani del nostro territorio, capendo, attraverso un questionario, come si sono “sporcati le mani”, come si sono resi utili alla loro comunità e come, di fatto, sono riusciti ad impegnare il loro tempo nel sociale.

Allo stesso modo, Caritas Iraq, in questo momento così difficile, ha deciso di porre attenzione e ascoltare la voce dei giovani che vivono all’interno di questi territori di difficile permanenza portando avanti un’indagine sui loro bisogni e sulle loro aspettative.

I dati sono stati raccolti tramite un’apposita ricerca svolta su un campione di giovani volontari di Caritas Iraq, residenti a Baghdad, Zakho, Duhok ed Erbil-Ankawa. Si tratta di un campione particolare, perché questi ragazzi e ragazze sono tutti impegnati nel sociale, con attività di volontariato a favore di anziani, famiglie indigenti, disabili e nell’animazione di bambini, soprattutto orfani e provenienti da famiglie disagiate. Quasi tutti sono cristiani, rappresentano quindi una minoranza per molti versi perseguitata e discriminata. Ma si tratta anche di un campione privilegiato, con alto livello di scolarizzazione e molti già con un lavoro stabile. Il primo dato importante che emerge è che circa il 30% di questi giovani volontari ha un background di sfollati: loro stessi o i loro genitori sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa di uno dei tanti conflitti che hanno martoriato il Paese. Inoltre, quasi il 50% provengono da città diverse da quelle dove ora abitano: molte famiglie, infatti, a partire dal 2006 hanno scelto di cambiare città, seguendo la settarizzazione del Paese iniziata in quegli anni.

I giovani intervistati dichiarano di non sentirsi al sicuro nel luogo in cui vivono a causa della presenza di conflitti ancora in corso (70%). Forse per questo, rispetto alle attività che più impegnano i giovani, gli intervistati ai primi posti indicano attività svolte in solitudine, nelle proprie abitazioni: chattare, usare il computer e internet, guardare la televisione. Sport e volontariato sociale sono tra le voci residuali. Assai più preoccupante è la percezione rispetto ai rischi di comportamenti devianti che corrono i loro coetanei: l’abuso di fumo, il rischio di «unirsi a gruppi estremisti», l’abuso di alcol, comportamenti violenti contro altre persone, comportamenti sessuali a rischio e il possesso di armi e coltelli. Il quadro che ne esce è quindi davvero preoccupante, di una generazione immersa nella violenza, con una limitata vita sociale, molto spesso trascorsa in solitudine. Questo contesto così difficile è confermato anche dall’incertezza rispetto alle proprie aspettative future: più del 50% dei giovani intervistati dichiara di non sapere se vogliono emigrare all’estero o restare in Iraq, e quasi l’80% dichiara che anche i loro coetanei sono incerti rispetto al loro futuro. Un dato particolarmente grave se consideriamo che si tratta di giovani attivi all’interno della propria comunità e che la quasi totalità di chi dichiara di essere incerto ha già un lavoro.

Sono stati analizzati anche i bisogni dei giovani, la cui grande maggioranza indica l’ambito formativo come il più importante su cui investire. Ma anche l’educazione e l’orientamento lavorativo o attività di svago come lo sport, l’arte e la musica. Occorre mantenere alta l’attenzione e l’osservatorio sui giovani, speranza per il futuro della società.

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Alice Scavezzon, AVS.


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