L'ecologia che uccide - CARITAS TREVISO

L’ecologia che uccide

IMG_7010Una donna cammina per le strade di una grande città all’ora di punta tenendo per mano il figlioletto. Gli sta spiegando come tutte quelle macchine stiano producendo veleni che inquinano l’aria che respira. Nel contempo però lo rassicura dicendogli che dall’altra parte del mondo esiste un polmone verde fatto di tantissimi alberi che si nutrono dei veleni prodotti dalle auto trasformandoli in aria pulita.

Dall’altra parte del mondo, al centro di questo polmone verde, c’è un’altra madre che tiene il suo bimbo stretto tra le braccia. La madre sta piangendo perché suo figlio morirà di tubercolosi per la mancanza di medicine, infrastrutture medica adatte a curarlo o mezzi per portarlo altrove.

Tutto questo accade realmente in un luogo chiamato Purus.

Il Purus è una regione del Perù che si incunea come una spina nel Brasile in piena Amazonia. Il più importante centro abitato è Puerto Esperanza, unica cittadina tra una decina di comunità indigene sparse lungo le rive del Rio Purus. La particolarità di questo luogo è che non dispone di nessuna connessione fisica con il resto del paese (fatto salvo uno sporadico volo aereo privato) in quanto circondato da migliaia di ettari di parco naturale definito intangibile.

Il risultato di questo isolamento è che qualsiasi prodotto presente nella città ha un costo extra per il trasporto aereo di circa un dollaro e mezzo, che le medicine non arrivano e che le condizioni di vita sono, per molti versi, decisamente proibitive.

I responsabili di tutto questo? A sentire le autorità locali e le persone che ci vivono, sono le associazioni ambientaliste che, manipolando politici e persone di influenza, impediscono la costruzione di una strada.

L’opinione che mi sono fatto durante il viaggio compiuto da Caritas per rispondere alla richiesta di aiuto e di denuncia di padre Michele Piovesan, missionario di origini trevigiane che da quasi vent’anni opera nell’area è che questa teoria sia un punto di vista quantomeno parziale.

Gli analisti ambientalisti fanno, in modo che definirei diplomaticamente molto spregiudicato,  il loro lavoro. Il problema, secondo me, affonda le proprie radici in quella che definirei la corruttibilità del genere umano, fenomeno che da queste parti trova un terreno fertilissimo.

Le autorità intervistate dichiarano la loro impotenza contro la corruzione puntando il dito l’una contro l’altra. D’altro canto il governo peruviano ha completamente abbandonato questa regione in quanto non redditizia dal punto di vista elettorale.

Il risultato?  Con il pretesto o l’ideale di difendere la natura È stato attivato un sistema di sussidi tale da bloccare qualsiasi forma di crescita economica culturale o sociale delle comunità locali.

Tutto ciò ha portato ad una diminuzione demografica vertiginosa, con la comunità di indios che è passata da oltre 8000 persone a poco più di 3000 in meno di vent’anni.

Qui la gente muore (si registra un tasso di mortalità infantile altissimo) o scappa verso il Brasile in cerca di condizioni di vita migliori.

Il paradosso di questa vicenda è che chi non ha saputo tutelare le proprie risorse ambientali viene in Purus arrogandosi il diritto di insegnare a conservare la foresta a chi, di fatto, l’ha conservata intatta fino ad oggi.

Quale può essere la soluzione a tutto questo? I più risponderebbero: la costruzione di una strada lungo il confine brasiliano in modo da garantire una connessione fisica con il resto del paese. La mia opinione? Una strada aiuterebbe sicuramente la crescita e lo sviluppo di questa terra, ma fino a quando le dinamiche dei soldi prevarranno su ogni altra cosa, il Purus è destinato a morire.


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