Il valore di gesti semplici: dalla visita in Mali - CARITAS TREVISO

Il valore di gesti semplici: dalla visita in Mali

Dal 30 gennaio al 7 febbraio mi sono recato in Mali, insieme ad altri operatori della caritas e ad alcuni sacerdoti per partecipare all’inaugurazione della scuola ad indirizzo agro-pastorale che è stata realizzata nel villaggio di Toukoto, situato a 70 Km dalla città di Kita. È l’unica scuola superiore nel raggio di 70 km ed è stata accolta con entusiasmo da tutti gli abitanti del villaggio. Ora si stanno muovendo i primi passi, ma la speranza è quella che sempre più possa divenire luogo di formazione che apra ai giovani strade per un domani migliore. La scuola è diretta da Ahmadou Tounkara, operatore della caritas Tarvisina che dopo 30 anni di vita in Italia ha deciso di tornare nel “suo” Mali per porre questo segno di fiducia e di speranza per le nuove generazioni. In un Paese segnato dalla guerra questo progetto educativo rappresenta un segno di pace e ridona ai giovani la bellezza di sognare.

L’inaugurazione della scuola è stato un momento molto bello e significativo. Ci sarebbe da scrivere molto su quel giovedì 6 febbraio in cui un intero villaggio ha fatto festa insieme con noi per la scuola. Ripensando a quella giornata sono molti i sentimenti e le emozioni che riaffiorano dal mio cuore. È difficile tradurre l’intensità di quei momenti in parole, però desidero soffermarmi su quattro gesti che hanno accompagnato il giorno dell’inaugurazione, ma più in generale l’intero viaggio in Mali. Sono gesti preziosi, che forse per la nostra superficialità consideriamo banali. Eppure è proprio in quei gesti che, sempre più, ritrovo ora il senso di questo gemellaggio e di questo progetto di cooperazione con questa terra d’Africa. Il primo segno è quello di condividere il cibo da un unico piatto. È un richiamo a gustare il dono della vita, a condividere con calma e tranquillità il tempo senza pulsioni ansiogene verso la corsa dell’efficienza e della produttività. Al di là di piatti gustosi, abbiamo potuto sperimentare la bellezza della condivisione e dello scorrere lento ed intenso del tempo. Un secondo gesto che ci ha accompagnati in questi giorni è il rituale del the. È il simbolo di un’accoglienza che considera la sacralità dell’ospite e che fonda la relazione sulla gratuità e la gratitudine. Quel the che ritma i tempi della relazione ci ha insegnato ad aspettare l’altro con il desiderio dell’incontro e non con l’impazienza della scadenza. Un terzo aspetto che ha ricolmato di bellezza unica questi giorni è stata la danza, il ballo. La vita, l’amicizia, l’amore sono celebrati con il corpo, con la musica, con la danza. È una modalità con cui rendere grazie e sacralizzare il dono della vita. È stato bello danzare la vita, la speranza, la fiducia. Abbiamo imparato ancora una volta che il corpo può esprimere i sentimenti più belli che sono scritti nel nostro cuore. Vedere bambini, adulti, anziani danzare insieme a noi la gioia di una speranza nuova è stato veramente un dono prezioso, un gesto che ha “scosso” i nostri rigidi schemi razionali. Infine il gesto che più mi e ci ha colpito è quello dell’attribuzione a ciascuno di noi di un nome maliano, per ribadire un’accoglienza fraterna che abbatte ogni barriera e distanza. Il consiglio del villaggio ha scelto per ciascuno di noi un nome e un cognome significativi per la propria storia, un nome che inneggiasse alla vita, alla pace e alla speranza. Non è stato un gesto folkloristico e superficiale, ma il cuore aperto di un villaggio che ci ha riconosciuti come “figli e fratelli”. È stata un’emozione unica ed indimenticabile.

Gesti semplici ed autentici che dicono il cuore di questi amici maliani che considerano comunque e sempre l’ospite un dono sacro, che riconoscono in ogni frammento la maestà e la signoria della Vita. Siamo andati ad inaugurare una scuola e abbiamo assistito ad una grande lezione di vita in ordine alla fraternità e all’accoglienza. Questi fratelli che danzano a piedi nudi sulla terra, che condividono il cibo con le mani, che sovente vivono in situazioni precarie, ci hanno dimostrato che nel loro grande cuore c’è e ci sarà sempre spazio per riconoscere e valorizzare la dignità e la singolarità di ogni uomo. Noi, arroccati nei nostri individualismi e nel predicare la difesa della nostra identità culturale, dobbiamo fare una sola cosa: IMPARARE AD ESSERE PIÙ UMANI, IMPARARE A DANZARE LA VITA!!!

Sono tornato a casa con il sogno di un mondo migliore più vivo che mai, perché ho visto che siamo in tanti a crederci. Veramente bello!!! (Souleymane Keita, alias don Davide).

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