Le radici della Casa della Carità

Le motivazioni principali che hanno guidato la scelta di Caritas ad impegnarsi nella Casa della Carità sono principalmente due: la prima è la chiamata a rispondere a dei bisogni umani concreti e fondamentali; la seconda è legata al suo essere un organismo pastorale chiamato quindi a promuovere la testimonianza della carità nel territorio.

I poveri e non i servizi, l’amore e non le prestazioni, sono i luoghi attraverso cui Dio provoca il mondo.

La Casa della Carità desidera essere nella diocesi di Treviso quel cuore vivo che fa percepire la custodia di Dio nei confronti di ogni vita, specialmente quelle segnate dalla sofferenza e dalla povertà. (La tavola, simbolo dei bisogni dell’uomo, diventa allora il luogo da dove partire e dove riconoscere la dignità ed il valore di ogni uomo.)

A Caritas è chiesto di costruire ponti, in particolare tra Dio che parla attraverso i poveri, e la comunità ecclesiale e il territorio.

A Caritas compete la realizzazione di azioni e opere che aiutino la Chiesa a vivere e realizzare la scelta preferenziale degli ultimi: tutti, operatori e volontari, sono chiamati ad agire avendo cura dello stile e delle prassi di tutte le opere della Chiesa nel proprio territorio, anche attivando alcune specifiche Opere-Segno di cui la Casa della Carità è un esempio.

Da queste motivazioni derivano due obiettivi principali: il primo è quello di incontrare l’Altro attraverso la risposta ad alcuni bisogni umani primari (vitto, alloggio, igiene personale..) in un contesto familiare e con un accompagnamento che vuole promuovere la persona.

I servizi attivati vogliono far sì che ognuno abbia la possibilità di rialzarsi e di sentire il calore di una Chiesa che esprime prossimità.

La Casa della Carità vuole essere un luogo capace di custodire l’intimità e la ricchezza della storia personale di ciascuno. I servizi offerti servono a rispondere ad alcune necessità concrete per permettere alla persona di alleggerire il carico del bisogno e ricercare un senso alla propria situazione. La risposta ai bisogni non vuole essere solo assistenzialistica: per questo l’utilizzo dei servizi è limitato nel tempo. Essi sono un mezzo, un’occasione di incontro che va messa a frutto nella costruzione di una progettualità più ampia, di emancipazione dal bisogno. Occuparsi del bisogno tralasciando la persona, rischia di portare alla cronicizzazione della sua situazione, senza promuoverla veramente. I servizi della Casa della Carità vogliono essere dei contesti relazionali in cui la persona si senta accolta e amata per quel che è e progressivamente responsabilizzata, sostenuta nel riacquisto della propria autonomia. Solo con questo approccio, la relazione di aiuto non si riduce a “dare delle cose” ma cerca, di volta in volta, di orientare la richiesta o il bisogno verso la promozione della dignità della persona.

Trasversale a tutto questo è l’aspirazione a essere “custodi dei nostri fratelli” camminando insieme e creando comunione. (La carità non è un frutto selvatico che compare improvvisamente ma fiorisce dentro un contesto di comunione e di fiducia).

“Non si vive di solo pane”: occorre promuovere la cura delle relazioni e delle esigenze di senso e di dignità di ogni vita umana con il soddisfacimento dei bisogni materiali ma anche con le scelte personali di ogni giorno. (Gesù che si siede a tavola ci ricorda che è necessaria la semplicità del cuore e la quotidianità dei gesti, per instaurare relazioni vere.)

A partire da questo si sviluppa il secondo obiettivo della Casa della Carità ossia quello di promuovere testimonianza. Sotteso al desiderio di promuovere la persona in difficoltà, anche attraverso l’assistenza, c’è il desiderio di favorire nella comunità cristiana e nella società civile un volontariato di prossimità, in cui non conta tanto risolvere il problema del povero che si presenta, ma essere al suo fianco nel cammino che sceglie di intraprendere. (Se prima non si è stati a tavola, anche il servizio più generoso rischia l’ambiguità e di diventare un filantropismo faccendiero).

Un operatore della carità è chiamato ad essere responsabile della relazione piuttosto che della sola risposta al bisogno. Inoltre, il suo operare cerca di essere un “fare che fa pensare”, un agire, dove agire significa dare un senso, una direzione, una prospettiva.

Un agire capace di promuovere nuovi stili di vita non solo in chi è aiutato ma anche in chi aiuta. (Sedere alla stessa mensa comporta abbassare le barriere, sospendere i giudizi e lasciarsi accomunare dallo stesso bisogno.)

Un’accoglienza, un incontro funzionano quando entrambe le parti portano a casa degli spunti per vivere con più qualità la propria vita. Se ci si lascia toccare e “contaminare” dall’Altro, gli stimoli generati dall’incontro possono permettere a ciascuno di vivere con più consapevolezza la propria quotidianità. (Gesù che si alza da tavola ci ricorda che il primo passo da realizzare è quello della condivisione e della fiducia per essere, nel concreto e nel quotidiano della vita, strumenti d’amore nelle sue mani).

  

I punti fermi dell’azione

Il filo rosso del pensiero dell’equipe servizi si è strutturato e si verifica lungo tre direttrici:

1) non ridurre l’agire all’assistenzialismo: nell’ideazione e nella valutazione del funzionamento dei vari servizi della Casa della Carità, l’equipe si pone costantemente la domanda “cosa è meglio per la persona?”, “come far sì che l’uso dei servizi faccia il suo bene?”. Ciò significa cercare di armonizzare la risposta offerta dai servizi in funzione del bisogno della persona, non limitandosi rigidamente al rispetto delle regole di accesso e di utilizzo pur garantendo una struttura che funzioni e che duri nel tempo. Si deve scoraggiare la dipendenza della persona dal servizio che invece deve essere vissuto come una sorta di “pausa”, per riprendere in mano con fiducia la propria vita. Le regole vanno personalizzate a “misura di volto”, pur garantendo equità e rispetto delle persone che le vivono e dei locali che li ospitano.

2) intervenire, soprattutto in risposta ai bisogni meno considerati, urgenti e emergenti ma senza accettare deleghe supplenti: è doveroso che Caritas faccia la propria parte in corresponsabilità con le istituzioni e la società civile ma sempre fedele al suo essere Chiesa, al suo mandato che è quello di farsi prossimo, che non si esaurisce solo nella risposta al bisogno. Per superare il rischio di assumere deleghe improprie e di perpetuare condizioni che generano povertà e sofferenza è fondamentale l’azione coordinata e in rete con più soggetti titolati;

3) non smettere di cercare le cause (personali e strutturali) che portano alla marginalizzazione dei più deboli. L’attenzione agli ultimi è un altro fondamentale paradigma di Caritas e significa la capacità di intercettare chi, in un determinato momento, si trova ad “essere ultimo” a causa del proprio percorso personale (indigenza, malattia mentale, detenzione, migrazione..) ma anche a causa di fenomeni più ampi che creano condizioni improvvise di indigenza. Quanto più dura si fa la vita dei poveri e della povera gente, tanto più per Caritas è doveroso richiamare l’attenzione su ciò che non viene fatto, in maniera inequivoca e prudente, capace di un’azione critica e di profezia nei confronti di chiunque.

Il mandato primo di Caritas è promuovere ed educare la persona, la cui vita è sempre una “terra sacra da non calpestare”, ma anche la Chiesa e la società civile. Più in generale, l’agire Caritas sarebbe fallimentare se smettesse di educare, come richiama lo Statuto nella “prevalente funzione pedagogica”.

contatti box
Persone di contatto

 

Arianna Cavallin

casacarita@diocesitv.it

0422 1578003

Giorgia Da Pos

agape.caritas@diocesitv.it

0422 1578005

Valentina Cabras

volontari.caritas@diocesitv.it

0422 1578001


Progetti

Lavanderia

Tra le tante difficoltà che incontra una persona che vive nella marginalità vi è anche quella di non poter lavare la propria biancheria e i propri indumenti. Ad oggi nella città di Treviso non esiste una lavanderia pubblica e chi è in difficoltà spesso non ha il denaro per utilizzare i servizi a pagamento. Ciò

Per questo progetto abbiamo raccolto:

Docce

Non c’è nessun altro servizio di docce e bagni pubblici nella città di Treviso oltre a quello di Caritas Tarvisina. Dalla sua apertura (il 19 febbraio 2008) fino ad oggi si è potuto constatare come questo servizio intercetti il bisogno di persone che si trovano in grave stato di indigenza e di marginalità quasi cronica.

Per questo progetto abbiamo raccolto:

Mensa

Nella città di Treviso confluiscono circa una settantina di persone che abitualmente non hanno da mangiare. In città non c’è un servizio di mensa serale strutturato. Il Comune di Treviso offre un servizio a mezzogiorno che copre circa 40 persone e altre persone sono assistite grazie all’intervento di altre realtà della città. Il martedì e

Per questo progetto abbiamo raccolto:

Accoglienza Maschile

Fino a tre anni fa nella città di Treviso vi erano solo quattro posti per l’emergenza notturna. In seguito alla riflessione e alla scelta di Caritas Tarvisina di aprire le accoglienze (la prima delle quali è stata avviata l’11 novembre 2013), anche l’amministrazione comunale e altre realtà del territorio si sono adoperate per l’emergenza freddo.

Per questo progetto abbiamo raccolto:

Accoglienza Femminile

Per dare risposta al crescente numero di donne che si rivolgono al Centro d’Ascolto con problemi di alloggio, Caritas Tarvisina ha deciso di avviare una riflessione sull’emergenza abitativa femminile. Il 15 settembre 2014 è stata quindi aperta l’accoglienza femminile “Santa Chiara” all’interno della Casa Della Carità in via Venier a Treviso. La struttura è rivolta

Per questo progetto abbiamo raccolto:


Testimonianze

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