Nuovo anno: avere cura della fraternità - CARITAS TARVISINA

Nuovo anno: avere cura della fraternità

“Proviamo ad iniziare quest’anno dandoci del tempo per sostare, per riscoprire che la fraternità ha bisogno di cura, della nostra cura

Siamo all’inizio di un nuovo anno. Ci scambiamo l’augurio di un anno migliore di quello precedente, ma forse lo facciamo senza tanta convinzione. Discordie, violenze, guerre si addensano come nubi tenebrose sul nostro orizzonte e ci tolgono il fiato. È vero che ci sono queste nubi, ma riscopriamo la bellezza di quel sole che sta e va oltre. Le fatiche e le sofferenze ci sono, ma iniziamo insieme quest’anno senza lasciarci vincere dalla rassegnazione. Iniziamo quest’anno con questa consapevolezza: Provati e feriti si, rassegnati mai. Proviamo ad iniziare quest’anno dandoci del tempo per sostare, per riscoprire che la fraternità ha bisogno di cura, della nostra cura. Affinché si concretizzi l’augurio di un anno ricco di bene, ci diamo del tempo per lasciarci guidare dalla Parola di Dio, per ritrovare la bellezza generativa della fraternità.

In Genesi si racconta che «Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise». Il testo nell’affermare che Caino rivolse la parola al fratello non dice nulla sul contenuto. Si ha l’impressione che la parola si smorzi in bocca a Caino, mentre a parlare nei fatti è la mano, pronta a togliere la vita al fratello. Se la parola muore nel suo nascere, l’invidia, che si è tramutata in odio, spinge Caino ad alzare la mano contro il fratello, che a sua volta non aveva commesso alcun male nei suoi confronti. Così Caino pensa di risolvere il suo groviglio interiore nel peggiore dei modi, senza capire che la morte del fratello è anche morte di sé stesso.

«Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è tuo fratello?” Egli rispose: “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”». Il Signore torna ad intervenire, ma non si presenta in tono accusatorio, piuttosto si limita a porre la seconda grande domanda della storia degli inizi. La prima è quella rivolta ad Adamo: «Dove sei?» e la seconda è questa rivolta a Caino. L’interrogativo, che Dio pone a Caino, non è di carattere informativo, ma esistenziale. Il chiedere conto del fratello significa spingere Caino a prendere coscienza che l’aver eliminato il fratello non gli ha facilitato la vita, anzi l’ha resa più incomprensibile. La risposta che dà Caino indica, invece, la mancata presa di coscienza della gravità del gesto compiuto. Forse non era cosciente della sua responsabilità. Adesso sa, ma è troppo tardi per tornare indietro. La domanda che Dio rivolge a Caino è, in effetti, una domanda che Dio pone ad ogni creatura umana, in quanto fratello o sorella. L’altro non è un estraneo, un nemico, una presenza fastidiosa, ma è un fratello o una sorella in umanità ed entrambi portano il nome di Abele, che vuol dire semplicemente soffio, respiro. La vera grandezza di ogni persona umana consiste nel rendersi conto che il respiro, che è l’altro, è affidato alla mia responsabilità. Se ci si potesse rendere conto che in un mondo di fratelli e sorelle in umanità il respiro di ognuno è nelle mani degli altri e che sfuggire a questa responsabilità significa uccidere la vita sulla terra, allora la fratellanza universale non sarebbe più una pura utopia, ma un nuovo modo di fare storia. Caino ed Abele non sono riusciti a comprendere che le loro esistenze, così fragili e strettamente legate alla loro capacità di respirare, li rendevano di fatto responsabili l’uno dell’altro. Questa mancata assunzione di responsabilità ci porta a chiederci: come mai Abele di fronte alla parola non detta da Caino non abbia provato lui a rivolgere una sua parola al fratello? Nel racconto Abele sembra aver assunto un atteggiamento passivo, tanto da lasciare l’impressione di essere una vittima predestinata.

«Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo. Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano”» Caino aveva immaginato che il sacrificio del fratello gli potesse spalancare le porte della benedizione ed invece adesso che il reato è stato consumato è costretto a fare i conti con un mondo che gli si rivolta contro. L’introduzione della violenza contro il fratello porta ad una disarmonia globale, per cui lo stesso rapporto con la terra diventa oltremodo faticoso.

«Disse Caino al Signore: Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono». Davanti al disastro compiuto Caino deve constatare con amarezza che la sua colpa è troppo grande, ma questa presa d’atto non lo porta a invocare il perdono da parte di Dio. Egli è convinto che Dio non possa perdonare un peccato che è troppo grande. Da questo momento egli si sente come un uomo inquieto, un vagabondo, che non sa trovare una sua stabilità interiore. L’ultima parola, però, non è quella di Caino, ma è quella data dalla fedeltà di Dio, che «impose un segno, perché nessuno incontrandolo lo colpisse». Caino, il maledetto, il randagio è segnato dalla misericordia di Dio, che lo mette al riparo dalla vendetta altrui e gli concede del tempo per ridare alla propria vita un orientamento ben diverso dallo schema dell’invidia e della violenza.

L’augurio, allora, per questo nuovo anno che inizia sia quello di prenderci cura della fraternità, di custodire il tesoro prezioso che è ciascuno e di lasciare che la misericordia trasformi le nostre relazioni e segni per ciascuno un nuovo inizio. Ogni vita è un soffio, fragile ma prezioso, perché viene da Dio. Ripartiamo dalla potenza generativa della gratuità e usciamo dalla funzionalità del “se hai bisogno ci sono” per vivere la gioia del “ci sono perché ci sei”. Ottimo anno di cura, di fraternità e pace a tutti.

Don Davide Schiavon

10 gennaio 2023


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