La Quaresima insieme: V domenica 21 marzo - CARITAS TARVISINA

La Quaresima insieme: V domenica 21 marzo

“Se uno non muore a se stesso, cioè se non si dona, resta solo; viceversa, porta frutto ora e per sempre” (Papa Francesco)

I Greci vogliono vedere Gesù. – Parete destra dell’entrata della chiesa di Sant’Eusebio a Cinisello Balsamo
[Centro Aletti 2010]

SE IL CHICCO DI GRANO CADUTO IN TERRA MUORE, PRODUCE MOLTO FRUTTO

Dal Vangelo secondo Giovanni (12, 20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

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RIFLESSIONE

Testo a cura di Papa Francesco

“In semplicità: se uno non muore a se stesso, cioè se non si dona, resta solo; viceversa, porta frutto ora e per sempre. La vita ha una “logica interna”: è un dono che va donato. Tanti purtroppo sognano il loro futuro unicamente in termini di successo personale e guadagno economico, o riducono il loro lavoro a fonte di lucro, perdendo la dimensione più bella: l’essere utili agli altri. Amare è una cosa seria! Per questo Gesù dice: chi ama la sua vita la perde e chi la odia in questo mondo (in un altro vangelo dice: la perde per causa mia), la conserverà per la vita eterna (Mt 16,25). Cioè: se uno la vita la vive solo per sé, marcisce, se la dona, fidandosi di Gesù e delle sue parole, fiorisce. Pensiamo a Madre Teresa: non era di certo bella, ricca, eppure, quando passava si fermavano persino i capi di Stato: perché? Perché “amava da Dio!”. Chi vive per se stesso, scegliendo solo in base a ciò che gli piace, a ciò che gli va, a ciò che non gli costa sacrificio o gli dà un tornaconto; beh, alla fine rimarrà a mani vuote. Invece chi si dona, fidandosi del Signore e delle parole del Vangelo, alla fine raccoglierà molto, se non in questa vita, certo nell’eternità. In conclusione, imparare ad amare non è un optional, ma è questione di vita o di morte; possiamo fare o dire cose meravigliose, ma se non usciamo dalla nostra autoreferenzialità, tutto si spegnerà e morirà con noi. È chiaro, la fede è un cammino e in certi momenti dire di sì alla volontà di Dio non è semplice; davanti ai problemi in famiglia, al tradimento di un amico, a una malattia che sembra troncare i sogni futuri, davanti a un progetto che sembra non realizzarsi mai o in modo diverso dalle attese, o davanti al limite di chi ci sta accanto siamo fortemente tentati di lasciar perdere sia la preghiera che la carità, annegando nel divertimento, il dispiacere o lasciandoci andare alla tristezza, all’indifferenza o alla rabbia. Anche Gesù ha avvertito tutto il peso di quel che doveva affrontare: la sua anima era turbata, ma ha vinto la tentazione di pensare a se stesso e a “salvarsi la pelle” per salvare noi, unicamente interessato a dar gloria al Padre. In questa Quaresima anche noi possiamo dire: Padre glorifica il tuo nome (Gv 12,28), cioè: fai vedere chi sei attraverso di me. Se non impariamo a fidarci di Lui nelle scelte quotidiane di vita, questa Pasqua ci servirà a poco. Che il Signore ci aiuti a fare Pasqua, passando dal nostro io a Dio, dal pensare a noi al donarci generosamente agli altri, ricordandoci che non siamo nati solo per salvarci la vita, vivendo per noi stessi, ma per lasciarci guidare alla vita eterna, diventando strumenti per la salvezza degli altri, memori della grandiosa promessa del Signore: Se uno mi vuol servire mi segua, cioè mi imiti, e dove sono io sarà anche il mio servitore… e il Padre lo onorerà!.

(Commento di Papa Francesco, 18 marzo 2018)

 

ATTUALIZZAZIONE

Articolo di Anna Pozzi su “Mondo e Missione” (marzo 2020).

Alcune persone, come don Dante Carraro direttore del Cuamm, nel tempo della pandemia hanno mostrato cosa significa “perdere la vita” a favore di fratelli che vivono in zone tra le più povere della terra, rischiando essi stessi di ammalarsi in luoghi in cui non ci sarebbe stata la possibilità di curarsi.

«Quando sono arrivato all’aeroporto di Juba in Sud Sudan e hanno visto che ero un italiano, mi hanno messo in una fila separata e fatto un controllo più accurato. Tutti i giorni del mio soggiorno, mi hanno chiamato per accertarsi che le mie condizioni di salute fossero buone». È la testimonianza di don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa-Cuamm, rientrato qualche giorno da uno dei Paesi più disastrati del pianeta. Dove oggi, tra le molte preoccupazioni, c’è anche quella che possa diffondersi il coronavirus. Magari portato da un italiano come in altri Paesi africani. Se, infatti, sino a poco settimane fa c’era chi lanciava allarmi contro il rischio di “importazione” del virus attraverso i barconi, oggi la drammatica realtà è che, in alcuni casi, siamo stati noi italiani – o persone rientrate dall’Italia – a portare il virus in Africa. Ma proprio di fronte a una situazione così difficile, don Dante invita a superare la logica del “noi-loro”. Per affrontare insieme una sfida che riguarda tutti: «Questa emergenza è l’ennesima dimostrazione di come siamo un unico mondo e di come non abbia senso pensare a “noi italiani”, “noi veneti”, “noi nel nostro piccolo”… Siamo un unico mondo e i problemi vanno affrontati sempre di più insieme. Non significa rinunciare alle nostre identità, ma ci sono temi e situazione che devono vederci uniti. Uno di questi è l’emergenza coronavirus che ci dice, in tutta la sua drammaticità, che dobbiamo avere a cuore la cura dell’umano. Tutti e ovunque». Oggi più che mai, però, non bastano le parole. Che sono già troppe. E spesso confuse o inappropriate. Oggi servono gesti. Ed è quello che ha scelto di fare il Cuamm come segno di responsabilità. Qui in Italia come nei Paesi africani. (…) «L’allerta dei nostri operatori è massima – dice don Dante -. Bisogna fare di tutto per proteggere il personale e contenere l’epidemia. Per questo abbiamo creato immediatamente una struttura, accanto all’ingresso dell’ospedale di Wolisso, in cui vengono orientati i pazienti con sintomi da coronavirus. Usiamo lo stesso schema che abbiamo applicato per Ebola anche negli altri ospedali in cui siamo presenti. Tuttavia, il rischio di non riuscirci è altissimo, perché i sistemi sanitari dei Paesi africani sono estremamente fragili e non è possibile garantire cure intensive ai pazienti colpiti perché non ci sono reparti attrezzati. Per questo stiamo distribuendo materiale di protezione, predisponendo piani di contenimento, formando i tanti operatori sanitari, anche nelle comunità, alle norme igieniche e di protezione, collaborando con i governi nazionali nel predisporre linee guida e procedure idonee al contenimento dell’epidemia e per la tracciabilità dei contatti dei malati». (…) «In questo momento difficile, in Italia e in Africa – conclude don Carraro – dobbiamo coltivare la fiducia del cuore e la tenacia dell’operare. In fondo, il confine tra una parte e l’altra del mondo è labile, sottile. Trovarsi “di qua” o “di là” è questione di un attimo. L’umanità è una sola».

(“Coronavirus: Italia-Africa nel segno della cura”, articolo di Anna Pozzi del 18 marzo 2020 da “Mondo e Missione”)

PREGHIERA

Ormai si sente, Signore,

che la tristezza pervade il tono della tua voce.

Molta gente si accalca intorno a te,

vuole vederti, conoscerti, toccarti.

Persino i Greci,

simbolo della Chiesa nuova,

si fanno avanti.

Ma tu sai che tutto ciò

è il prologo della tua fine.

Eppure le tue parole

non mancano neppure ora di istruirci.

Stai per morire

e ci insegni a pregare.

Stai per essere condannato

e ci ricordi l’obbedienza.

Stai per essere tradito

e ci compatisci.

Stai per morire

e ci spieghi che se il chicco

non cade e non muore

non produce frutto, nuova vita.

Per noi, Signore, tu lo sai,

è difficile sopportare il dolore,

la sofferenza.

Aiutaci a ricordare

che solo donando si ama

e solo morendo si perdona.

 


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