Un calcio alla superbia - CARITAS TARVISINA

Un calcio alla superbia

La più grande vittoria è saper perdere, è avere consapevolezza che non esiste caduta da cui non ci si possa rialzare. La più grande vittoria è credere che, insieme, potremo far sì che ogni giorno nel terreno della vita germogli la consapevolezza che la Vita vince sempre, che l’ultima parola è l’Amore. Ce lo ha insegnato Gesù e ci ha stato ricordato anche da una partita di calcio

 

Le fatiche e le frustrazioni, che la pandemia sta lasciando nel cuore dell’umanità, sono profonde e hanno bisogno di molto tempo per rimarginarsi. Molte ferite continuano a sanguinare in maniera abbondante e spingono verso la sfiducia e lo sconforto. L’orizzonte ogni giorno si tinge di sfumature cupe di una cronaca (locale e globale) che racconta il dramma di una umanità risucchiata da logiche di potere, di dominio sempre più violento.

Abbiamo bisogno, tutta l’umanità ha bisogno, di ritrovare il filo rosso della fiducia e della speranza. Emerge come impellente la necessità di nutrirci di cose buone, di segni e simboli che ridestino in noi la voglia di lottare, di non mollare, di credere nella meravigliosa avventura della vita, con la consapevolezza che alla fine la Vita vince … sempre. Se crediamo in un mondo migliore, questa è l’occasione propizia per ritrovare il volto del noi, per onorare la dignità di ogni persona vincendo la logica dello scarto e dell’indifferenza. È compito nostro, di tutti noi. È una responsabilità che, se assunta da ciascuno, può diventare generativa di un nuovo bene, di un orizzonte di giustizia e pace per ogni uomo.

Italia – Inghilterra non è stata solo la finale del campionato europeo di calcio. A livello simbolico ha ricolmato di entusiasmo e di identità la nostra Italia e ha compattato anche il popolo inglese. In questo lungo periodo di difficoltà, che sta segnando in modo pesante il nostro quotidiano da un anno e mezzo, la vittoria degli azzurri è stata un’oasi che ci ha riportato a sperimentare la bellezza del noi, la gioia di sentirci parte di un sogno che ci stimola ad andare avanti con fiducia, a non mollare mai. Lo staff tecnico e i giocatori azzurri ci hanno consegnato una bellissima pagina che va ben oltre il calcio e l’impresa sportiva. Ci hanno dimostrato che la dedizione, il sacrificio, il crederci. Il cuore sono dimensioni che, unite insieme, sono più forti dei singoli talenti e fenomeni. Dietro la vittoria dell’Italia ci sta questo lavoro costante e silenzioso. Gli azzurri ci hanno testimoniato che una squadra non è la somma di diversi giocatori, ma è qualcosa di molto di più. Il NOI ha una forza che permette di superare ogni ostacolo, di vivere la gioia di vincere o anche semplicemente di averci provato. Sono convinto che se l’Italia non avesse vinto, avremmo comunque colto la forza di un gruppo che ci ha messo il cuore, che ha vissuto ogni passo insieme, senza lasciare indietro nessuno, senza svilire il contributo di alcuno. Oltre la vittoria sportiva, il regalo più prezioso è stato quello di aver ritrovato il volto di un noi, di una comunità che lotta, soffre, spera, vince e perde, ma che resta sempre unita. Non lasciamo che questa consapevolezza si affievolisca nell’ordinario della nostra vita, ma facciamo di tutto perché sia il motore che genera dinamiche di rinascita, di fiducia e di speranza. Non lasciamoci strappare la bellezza di credere alla potenza luminosa di ogni nuovo giorno.

Credo che nel cuore degli inglesi si siano mossi, prima della finale, sentimenti molto simili a quelli che hanno riempito l’animo degli italiani. L’atteggiamento è stato però completamente diverso. Non c’è stata espressione di un noi, ma la somma di tanti singoli. Non è una diversità da poco, ma è l’espressione di un modo diverso di approcciare la vita, di vivere le relazioni con gli altri. L’eccessiva sicurezza in sé stessi, quella saccente modalità di disprezzo verso il tricolore, quel tatuarsi addosso la vittoria prima di disputare la finale, la certezza del credersi superiori. I fischi all’inno d’Italia, le mani dei nostri calciatori rifiutate in campo perché non degne neanche di un gesto sportivo, lo stadio abbandonato prima della nostra premiazione. La medaglia d’argento snobbata come siamo stati snobbati noi, perché o tutto o niente, perché perdere dall’alto di quella sfacciata presunzione fa troppo male, perché secondo questa visione così si mantiene la dignità. Gli insulti e le minacce razziste nei confronti dei tre giocatori (inglesi) di colore che hanno sbagliato il calcio di rigore. Hanno perso l’occasione di imparare a perdere, di imparare ad essere prima di altro. Hanno perso molto di più della finale di un campionato europeo di calcio, hanno gettato alle ortiche la possibilità di scrivere insieme agli italiani una piccola, ma preziosa parte di un nuovo spartito che ci permetta di dare forma alla melodia di una umanità rinnovata. Hanno rifiutato di abitare la storia. È un atteggiamento subdolo che facilmente si insinua nel cuore dell’uomo.

Dobbiamo stare molto attenti. La superbia, il disprezzo dell’altro, la bramosia del potere, il sentirsi invincibili sono sintomi di quel cancro che la sopraffazione dell’io sul noi. L’individualismo esasperato sta alla radice di ogni ingiustizia, di ogni violenza, di ogni forma di povertà. L’atteggiamento inglese alla fine della partita non è solo espressione di una amarezza sportiva, esprime un modo di guardare alla vita con gli occhi accecati dalla compulsiva smania di dover vincere sempre, di dover essere migliori degli altri a tutti i costi. La più grande vittoria è saper perdere, è cogliere dentro il grembo della notte il bagliore del primo raggio di luce, è avere consapevolezza che non esiste caduta da cui non ci si possa rialzare. La più grande vittoria è credere che, insieme, potremo far sì che ogni giorno nel terreno della vita germogli la consapevolezza che la Vita vince sempre, che l’ultima parola è l’Amore. Ce lo ha insegnato Gesù e ci ha stato ricordato anche da una partita di calcio. Dobbiamo avere occhi per leggere in profondità e ricordarci sempre che se la motivazione, il perché è forte, il come lo si trova. Viviamo la responsabilità di alimentare la speranza.

20 luglio 2021

 


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