Svestire gli abiti del potere - CARITAS TARVISINA

Svestire gli abiti del potere

“Per ascoltare la voce dello Spirito e vivere questa profonda conversione orientata, a non lasciare indietro nessuno e a camminare insieme, è necessario riscoprire la gentilezza che si fa ascolto, stima, prossimità, accompagnamento e la bellezza del riconoscerci intimamente uniti nel vincolo sacro ed indissolubile della fraternità”

 

Domenica 17 ottobre, in tutte le chiese del mondo, si è dato avvia ad un processo sinodale che papa Francesco ha voluto incentrato sull’ascolto, sull’essere chiesa che sa abitare sulla strada, che incontra la gente, le persone lì dove sono, aprendo le porte della speranza e della fiducia. Questo percorso voluto da papa Francesco è un grande dono, una grande opportunità per incarnare il Vangelo di Cristo dentro la storia di questa nostra umanità. L’appello alla sinodalità è un invito a sintonizzare le nostre scelte e i nostri stili di vita sul grande sogno di Dio che è la comunione, vera fonte di gioia e pace per il cuore dell’uomo. La sinodalità non è allora un metodo, una strategia pastorale, ma è parte identitaria del nostro essere in Cristo. Papa Francesco ci sta indicando una via per vivere una profonda conversione pastorale (Evangelii Gaudium), per vivere secondo quella ecologia integrale che è custodia del creato e della vita di ogni uomo, soprattutto dei più poveri e fragili (Laudato si), per costruire una cultura dell’incontro, della fraternità, dell’accoglienza dell’altro (Fratelli tutti). È una strada impegnativa perché ci chiede di abbandonare le nostre logiche individualiste e di cogliere che il punto di partenza deve essere la nostra personale conversione. L’appello che ci è stato rivolto è un segno di grande profezia che ci ricorda che è fondamentale riscoprire la fraternità che ci unisce gli altri. Siamo chiamati a valorizzare le differenze, ma anche ad accorciare le distanze. Sinodalità significa unire senza confondere, distinguere senza separare.

Da dove partire? Francesco ci esorta a ripartire dall’ascolto: ascolto della Parola di Dio e ascolto della vita, del cuore degli uomini che incontriamo sulla via della vita. Ascoltare significa sospendere ogni giudizio, fare spazio all’altro, lasciarci coinvolgere perché ogni vicenda ci riguarda, è affare nostro. Siamo chiamati a ritrovare la nostra identità di creature che hanno nel loro DNA la sequenza della comunione, della relazione, della fraternità. Ascoltare questo appello significa mettersi in gioco, insieme agli altri, per scalfire l’ideologia dell’individualismo che alimenta ingiustizie, divisioni, violenze, malessere di vivere. Questo ritrovare la nostra verità è l’unica via che ci può rendere veramente felici e liberi. È fondamentale allora che sappiamo vivere l’ascolto secondo alcune articolazioni fondamentali: ascoltare Dio, ascoltare il nostro cuore e quello degli altri, ascoltare il battito del creato. Ripartiamo dall’abitare lo spazio e il tempo dove ogni giorno la gente lotta, soffre, spera… vive. Impegniamoci a vivere fino in fondo le parole del Concilio Vaticano II che ci esortavano a condividere le gioie e i dolori dell’uomo d’oggi. Solo così saremo capaci di essere sale della terra e luce del mondo. Il Vangelo della Carità può riscaldare il cuore di chi lo ascolta anche nella misura in cui si fa storia attraverso il nostro semplice esserci e le nostre povere azioni.

In questi giorni, dinanzi a questo processo sinodale, mi ha riscaldato il cuore il Vangelo della lavanda dei piedi. Sento che, anche come chiesa, siamo chiamati a dismettere le vesti del potere per indossare il grembiule della sinodalità. C’è ancora tanta strada da fare per vivere una autentica conversione dei cuori e di conseguenza della pastorale. Svestire gli abiti del potere ci chiede di essere chiesa in uscita, capace di ascoltare e abitare la vita dell’uomo d’oggi, di lasciarsi scomodare dalla presenza dei poveri; vuol dire apprezzare il lavoro pastorale degli altri, il bene che viene fatto anche se non proviene dai “nostri”, di valorizzare l’apporto che ogni realtà offre per il bene della chiesa e dell’umanità; significa anche superare le invidie, le gelosie, i diritti di primogenitura che sovente lacerano la nostra pastorale e le nostre comunità. Quanta fatica, anche nella chiesa, a vivere la gentilezza e a gareggiare nello stimarsi a vicenda. L’appello di papa Francesco di essere chiesa povera con e per i poveri, ci chiede allora di riscoprire il valore della fraternità e del camminare insieme in una prospettiva sinodale. È proprio su queste logiche di potere che siamo chiamati a conversione. Una pastorale capace di incontrare l’uomo d’oggi, non può rinnovarsi solo partendo da nuove strategie, nuovi metodi e strumenti, deve avere abbandonare le logiche del potere, è chiamata a ritrovare la sintonia con il cuore di Gesù maestro, che si è fatto servo e si è chinato a lavare i piedi di questa umanità. Fino a quando il nostro cuore sarà abitato dal desiderio di primeggiare, dalla ricerca del consenso, dalla logica gratificante dei numeri, non riusciremo a ritrovare la cifra liberante della sinodalità che apre alla condivisione fraterna. Non è questione di imparare nuove strategie pastorali, è affare di cuore, è questione che chiede di lasciarci toccare l’animo in profondità per uscire dal torpore dell’indifferenza. Per ascoltare la voce dello Spirito e vivere questa profonda conversione orientata a non lasciare indietro nessuno e a camminare insieme, è necessario riscoprire la gentilezza che si fa ascolto, stima, prossimità, accompagnamento e la bellezza del riconoscerci intimamente uniti nel vincolo sacro ed indissolubile della fraternità. Vinciamo le nostre resistenze, le nostre rivalità, le nostre contrapposizioni per contribuire ad essere segno profetico di comunione che parla e riscalda il cuore dell’uomo d’oggi e di tutti i tempi.

26 ottobre 2021

 

 

 


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