Chi avrà più filo, tesserà - CARITAS TARVISINA

Chi avrà più filo, tesserà

 

Stiamo vivendo in un tempo, in cui anche dal punto di vista religioso, si rischia di rimanere un po’ disorientati. Credo sia importante ritornare alla sorgente, ritornare al Vangelo.

La vita è un dono meraviglioso che va assaporato nella sua semplicità ed unicità. Ogni uomo è portatore di un “unicum” che lo rende prezioso ed insostituibile. Il Dio della vita e dell’Amore desidera che ognuno possa vivere in pienezza i propri giorni nella libertà e nella gioia. Questa promessa di Dio illumina l’orizzonte verso il quale siamo chiamati ogni giorno a prendere il largo, a metterci in gioco, a sporcarci le mani. È la promessa di Gesù che ci consegna la buona notizia del suo amore “perché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena”. Dio ha un grande desiderio per ciascuno di noi: ricolmare il nostro cuore di gioia e donarci la vera libertà. Dentro il cammino della vita sovente abbiamo bisogno di sperimentare la dolcezza con cui il Signore accarezza il nostro animo. Ma allora perché ogni giorno abbiamo il cuore appesantito dalla tristezza? Perché ogni giorno ci imbattiamo nell’asprezza di lividi e ferite che sfigurano il volto di tanti uomini e di tante donne? Dove si è nascosto il Dio dell’Amore e della misericordia? Dove è finita tutta la sua potenza?

Dinanzi ai drammi che segnano la vita dell’uomo sgorgano dal cuore in modo legittimo questi interrogativi. Siamo chiamati a custodirli nel silenzio e nella preghiera con la consapevolezza che “il chicco di grano, caduto in terra, deve morire per portare frutto”. Sono domande che ci chiedono di entrare in contatto diretto con il cuore di Dio, quel cuore trafitto per amore da cui in abbondanza sgorgano frutti di carità e di speranza. Dinanzi al dolore innocente, ai cuori, agli animi, ai corpi devastati dalla violenza del male, non possiamo cadere in una sterile rassegnazione passiva. Dobbiamo crescere nella consapevolezza che il male esiste e che non va sottovalutato. Ha come obiettivo quello di strapparci dalla custodia di Dio e dividerci tra di noi. È il mistero dell’iniquità che ci supera di molto e che sembra toglierci ogni speranza. È un male che ferisce il cuore dell’uomo e a volte anche mortalmente. Ma è bene tener presente al nostro cuore e alla nostra mente che servire Carità significa aiutare ciascuno a maturare la consapevolezza che l’ultima parola sul nostro cammino sarà la Vita, l’Amore e non la morte. Certo si tratta proprio nel quotidiano di fare i conti con gli svariati volti della sofferenza e della morte. Il mistero dell’iniquità ci lascia in uno stato d’impotenza che paralizza il cuore, spegne in gola ogni parola e gonfia di lacrime gli occhi. È un mistero più grande di noi, ma dal quale non dobbiamo lasciarci sopraffare. Non possiamo lasciare che la sfiducia e il pessimismo prendano il sopravvento per rendere sterile ed inutile la nostra vita. Dinanzi alle molteplici opere dell’iniquità, siamo invitati a rispondere con l’affidamento fiducioso nelle mani di Dio. Si tratta di vivere una consegna nell’Amore, riconoscendo che la custodia di Dio non è un atto magico, ma l’aria che quotidianamente respiriamo. Dinanzi al male non ci si arrende, ma ci si affida a Dio.

Accanto al mistero dell’iniquità che ci supera di molto, c’è anche quello che papa Francesco chiamo il mistero dell’inequità, cioè dell’ingiustizia. È quando il male si annida nel cuore dell’uomo e lo spinge a non riconoscere più l’altro come fratello, a vederlo come un nemico. Allora il cuore accecato dall’orgoglio e dalla presunzione non vede altro che i propri bisogni, le proprie conquiste da ottenere a tutti i costi. In questo modo si delineano forti ingiustizie che induriscono il cuore dei più forti e relegano i più deboli nei bassifondi della vita sociale. Oggi l’inequità è causa di tanta sofferenza e povertà, è la causa di tanti mali. È importante che teniamo sempre presente che la povertà non è una colpa e che contro l’inequità e le ingiustizie siamo chiamati a lottare con impegno e con tutte le nostre forze.

Gesù Crocifisso ogni giorno si fa presente alla nostra vita attraverso il volto e la storia dei poveri, dei crocifissi di oggi. Come nella parabola del buon samaritano, anche oggi ci sono tante persone giacciono ai bordi della strada, spogliate non solo dei propri averi, ma della dignità, degli affetti, delle relazioni. Quanti briganti, come conseguenza di un cuore indurito e di uno sguardo cieco, continuano a rubare la speranza dai cuori, a calpestare la dignità, a spegnere la vita. Quante percosse, quanta violenza fisica e morale che spacca il cuore e l’animo. Quante ferite e quanto dolore incontrano i nostri occhi ed il nostro cuore. Quanti sguardi che vanno oltre. Ma a noi è chiesto di fermarci, di stare davanti al mistero dell’iniquità e dell’inequità con la forza del Risorto. A volte potremo offrire il sollievo del nostro olio, del nostro vino, del nostro giumento, del nostro denaro, ma il più delle volte potremo solo stringere la mano di chi moribondo non ha neanche più la forza di sperare, di pregare, di lottare. Si tratta di stringere quella mano per stare insieme dentro la pagina della morte, per non lasciare nessuno solo e per annunciare la potenza della resurrezione che ci porta a dire ancora una volta “non ho né oro, né argento, ma quello che ho te lo do: in nome di Gesù Risorto alzati e cammina”. L’iniquità e l’inequità sembrano avere la meglio, ma ricordiamoci che non siamo chiamati a risolvere tutti i problemi e a cancellare la sofferenza, ma a condividere la vita anche con chi l’ha perduta. È fondamentale che impariamo a stare e che non abbiamo paura di stringere la mano dei nostri fratelli, soprattutto di quelli più poveri e sofferenti.

Come discepoli di Gesù, credo sia fondamentale che tra le mani non ci limitiamo a stringere ed agitare un rosario o un vangelo come un feticcio o un amuleto. È il tempo di stringere le mani di quanti sono caduti e rischiano di rimanere tagliati fuori. La nostra chiesa, per parlare con viva forza all’uomo d’oggi, ha bisogno di una seria riflessione sulle carenze, passate e presenti, di un’azione pastorale non abbastanza incarnata nella storia, nel territorio, nella vita quotidiana della gente, non sempre capace di confrontarsi con quelle “gioie e dolori, speranze, tristezze e angosce” che la Gaudium et Spes indicava come attenzione prioritaria per la Chiesa del nostro tempo. Questo è il momento per dare testimonianza del Vangelo nel concreto della vita di tutti i giorni, senza paure ed esitazioni. Forse c’è da passare la nottata o da organizzare la traversata nel deserto, ma con la consapevolezza, come diceva Aldo Moro che “chi avrà più filo, tesserà”. Il Vangelo è per la vita e la vita vincerà sempre anche sulle ipocrisie elettorale e sulle strategie di potere, perché la vita viene dal cuore di Dio.

 


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