Cenere in testa e acqua sui piedi

 

Iniziamo il cammino quaresimale in un tempo segnato da tante contraddizioni e da tante tensioni a vari livelli. La quaresima è una primavera dello Spirito che ci chiede un cambiamento concreto, reale, tangibile. Questo itinerario penitenziale non può rimanere un cumulo di buone intenzioni, di teorie astratte e avulse dalla storia. Ci deve ferire il cuore, ci deve smuovere, ci deve aiutare ad assumerci la responsabilità di un rinnovamento. Il desiderio e il sogno di un mondo migliore, non può scivolare sul piano paludoso dell’utopia o peggio delle illusioni.

Oggi è necessario un cambiamento dei cuori perché la potenza distruttiva dell’odio, la politica dei muri, la logica dello scarto e dell’indifferenza siano sradicati dalla nostra vita e dai nostri atteggiamenti. È necessario un cammino autentico di conversione per lasciare che lo sguardo amorevole di Gesù sciolga le nostre durezze. Abbiamo bisogno di ritrovare la forza risanatrice e salvifica della Parola del Crocifisso per purificare il nostro animo da quella serie infinita di parole vuote e false che cadono dalla bocca dei tanti “pinocchio” che calcano il palcoscenico di un mondo iniquo ed ingiusto.

Con forza invochiamo la grazia dello Spirito perché avvenga questo cambiamento nei nostri cuori. Mettiamoci in cammino e lasciamoci guidare da queste parole di don Tonino Bello che restano sempre vive e profondamente profetiche anche per i nostri giorni.

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”.

È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”. Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello “shampoo alla cenere”, comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

Buon cammino quaresimale ad ognuno e che i cambiamenti possano concretizzarsi a partire dal nostro piccolo e dal nostro quotidiano.


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