Un mondo nuovo è possibile

 

Nel febbraio 2001 tre soldati serbo-bosniaci vennero ritenuti colpevoli dal Tribunale Internazionale dell’Aja. Il loro capo di imputazione fu quello di stupro, perpetrato a Foca, una cittadina nella Bosnia orientale. Per la prima volta questo reato venne considerato come crimine contro l’umanità, cancellando una convinzione strisciante secondo cui la violenza contro le donne in tempo di guerra era una conseguenza ‘inevitabile’ del conflitto stesso. Non solo in epoca contemporanea, ma anche durante le due guerre mondiali del secolo scorso, e per tutto il Novecento, gli stupri furono parte della strategia offensiva degli eserciti militari, una vera e propria arma per colpire la popolazione civile. Nonostante sia stata per lungo tempo sottovalutata, la violenza sulle donne rappresentò uno dei prezzi più alti che le popolazioni dovettero pagare nel corso delle occupazioni militari avvenute durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale. Non fecero eccezione, ad esempio, durante quella del 1915-1918, i territori del Veneto e del Friuli invasi dagli austriaci dopo la disfatta di Caporetto. Molte vittime non riuscirono a superare i traumi subiti anche a causa della cultura del silenzio praticata da familiari e comunità in cui vivevano. Altrettanto ci hanno colpito i tragici racconti legati a fatti che accaddero durante il secondo conflitto del 1940-45 e vennero messi in risalto dal romanzo di Moravia ‘La ciociara’ e più ancora dal film d De Sica, premio Oscar, oppure le agghiaccianti vicissitudini nei territori di confine del nord-est contesi tra eserciti titini, alleati, italiani o tedeschi.

Nel corso di un secolo sono cambiate le leggi, le sensibilità collettive. La discussione sulla violenza commessa contro le donne attraverso la violazione del loro corpo in tempo di guerra (e purtroppo in tempo di pace) è oggi all’ordine del giorno. Lo stupro di massa risulta però una tragedia ancora attuale che si compie nei conflitti di cui non parla nessuno, utilizzati come mezzo di terrore e di assoggettamento psicologico.

E’ giusto dunque rammentare che certe pratiche e certi metodi sono possibili perché continua a circolare la strana ‘cultura’ che discrimina, giustifica il male, condanna le donne e le rende vittime di mentalità che ridimensionano la violenza.

Lo stupro usato come arma di guerra è tra i crimini più abietti e meno perseguibili perché spesso non viene denunciato. Anche per questo il doppio Nobel per la Pace a Denis Mukwege, ginecologo congolese che cura le vittime di violenze sessuali nella Repubblica Democratica del Congo e a Nadia Murad, attivista yazida per i diritti umani e scampata alla schiavitù sessuale a cui l’aveva costretta lo Stato Islamico in Iraq, assume una valenza ancora maggiore.

‘L’uomo che ripara le donne’, appellativo che il neo Premio Nobel  si è visto riconosciuto dalla scrittrice Colette Braeckman che ne ha raccontato la storia in un libro pubblicato nel 2012, ha soccorso migliaia di vittime di stupro nell’ospedale Panzi a Bukavu, in Sud-Kivu, nell’est della Repubblica democratica del Congo. Mukwege in questi anni non solo ha ricostruito gli organi riproduttivi lacerati delle donne brutalmente violentate ma le ha supportate psicologicamente.  Il Nobel è dunque una conferma del riconoscimento del suo immenso impegno. Un premio importante a un uomo straordinario che ci auguriamo accenda un faro sul Congo, si trasformi in un invito a conoscere ciò che tante donne subiscono nell’indifferenza di chi governa e a lottare perché terminino gli stupri e i massacri di una guerra dimenticata e sottaciuta per via degli interessi commerciali legati al coltan e ai minerali clandestini.

Se Mukwege è un attivista e un medico dalla straordinaria umanità, Nadia Murad, a soli 25 anni è un vero e proprio simbolo di rivalsa e di rinascita: è sopravvissuta alle peggiori violenze e traversie. Il Nobel le è stato riconosciuto per il percorso di testimoniana del martirio subito dal suo popolo, gli yazidi dell’Iraq, e soprattutto dalle donne. Originaria del villaggio di Kosho, vicino la provincia di Sinjar, una zona di confine iracheno con la Siria, nel 2014 fu rapita dallo Stato islamico che in poche ore uccise centinaia di uomini, catturò  i bambini per farne soldati e migliaia di donne per trasformarle in schiave sessuali. Ancora oggi Nadia Murad, come la sua amica Lamia Haji Bashar sostiene che 3miila yazide, date per disperse, siano tutt’ora prigioniere dei loro carnefici. Murad è stata data in “moglie” a uno jihadista che la umiliava e picchiava a sangue. Nonostante la paura ha deciso di resistere agli stupri e alla violenza ed è fuggita, anche grazie all’aiuto di una famiglia musulmana di Mosul. Con falsi documenti d’identità si è rifugiata nel Kurdistan iracheno, ad alcune decine di km a est di Mosul, dove si è riunita a gruppi di altri profughi in un campo. Dopo aver appreso della morte di sei dei suoi fratelli e della madre, si è messa in contatto con un’organizzazione di aiuto agli yazidi, grazie alla quale è riuscita a contattare la sorella in Germania. Lì, dove vive ancora oggi, si occupa di diritti umani, aiuta gli yazidi in difficoltà ed è diventata portavoce del suo popolo di cui ricorda con coraggio e passione le sofferenze ma anche la forza di sopravvivere ad esse e ricominciare.

“Spero che questo Premio aiuti a portare giustizia per quelle donne che hanno subito violenza sessuale. La giustizia è fondamentale. Questo premio è anche per tutte le donne del Medio Oriente, tutti gli iracheni, i curdi e le minoranze perseguitate in tanti angoli del mondo. Bisogna continuare a lottare perché la mentalità dello Stato Islamico può annidarsi ovunque”. È il primo commento a caldo rilasciato da Nadia Murad.  “Stavo operando quando improvvisamente la gente ha cominciato a urlare. Posso vedere sul volto di molte donne quanto siano felici di essere riconosciute. E’ davvero toccante”: queste le parole del ginecologo congolese Denis Mukwege.

Sotto l’aspetto simbolico, questo è un premio importante. Per affermare la civiltà, invece, il cammino è ancora lungo.

 


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