Editoriale: far rifiorire la speranza - CARITAS TARVISINA

Editoriale: far rifiorire la speranza

Mentre i giorni scorrono velocemente, il dramma della crisi economica sta seminando tanta sfiducia e rabbia nel cuore di molte persone. In più parti del mondo ed anche in molti angoli dei nostri paesi si levano in maniera molto forte le grida di sofferenza di migliaia di persone che si sentono traditi dalla vita. La speranza in un domani migliore viene considerata un lontano e flebile miraggio, perché sempre più sembrano avere la meglio le logiche dei più forti e dei più furbi. Le violenze e le ingiustizie stanno riempiendo la cronaca dei nostri tempi e lasciano dietro di sé una scia carica di sconforto e disperazione.

Dentro questo contesto di grande amarezza siamo chiamati ad orientare la stella  della nostra vita verso quella Luce che non tramonta mai. Siamo invitati ad essere messaggeri di speranza. Con le scelte della nostra vita abbiamo il compito di ribadire che la vita è sacra, che ogni esistenza umana è dono e che non possiamo pensarci come un’isola felice in mezzo ad un oceano di tristezza. La sostenibilità di qualsiasi modello di sviluppo deve tenere in considerazione la salvaguardia della dignità del singolo e la giustizia come fondamento del vivere comune, della comunione.

La crisi economica ha svelato le fragilità di un modello di sviluppo che ha anteposto il bene individuale al bene economico. È necessario recuperare la cifra dell’umano in tutta la sua bellezza, fatta di slanci che toccano l’infinito e anche di grandi debolezze. Siamo chiamati a vivere una rinascita antropologica, a ritrovare nell’uomo i contenuti forti per gustare al meglio quella meravigliosa avventura che si chiama VITA. È questo uomo con tutte le sue contraddizioni che il Signore ha voluto come partner nella storia della salvezza. È questo uomo che siamo chiamati a riscoprire se vogliamo dare risposta alla nostra sete di vita, senza accontentarsi di una sterile sopravvivenza continuamente in balìa del vento che soffia in un particolare momento. Noi siamo fatti per la vita: è questo il fondamento di ogni speranza, è questo che ci può permettere di credere al domani come al luogo dove le barriere dell’egoismo e dell’indifferenza saranno definitivamente abbattute  dalla carità e dalla misericordia. Il futuro dell’umanità si colora di speranza nella misura in cui impariamo a guardare alla realtà non più con il filtro del “mio”, ma con la splendida lente del “nostro” che ci permetterà di assaporare la ricchezza delle piccole cose. È importante tener presente che nella vita la differenza la fanno le piccole cose, le sfumature, non i grandi eventi, non gli episodi sporadici. La speranza è alimento del quotidiano.

Lasciando scorrere nel mio cuore i volti e le storie di persone in difficoltà, di giovani senza speranza, di adulti feriti, di anziani soli, dalla mitologia greca mi è tornata alla mente  l’immagine di Enea che porta sulle spalle il vecchio padre Anchise e prende per mano il figlioletto Ascanio. Credo che questa istantanea dica la necessità di ridisegnare le coordinate di una comunità dove uno si prende cura dell’altro e dove a tutti sta a cuore il futuro dell’umanità. È una icona di comunione che in modo semplice ci ricorda come i conflitti intergenerazionali si superano solo con la disponibilità a sacrificarsi per gli altri (Enea), con l’umiltà di riconoscersi bisognosi dell’aiuto altrui (Anchise) e con la fiducia di lasciarsi condurre, di lasciarsi prendere per mano (Ascanio). E a turno ognuno di noi è chiamato a vivere questi passaggi sempre nell’ottica della comunione e nella consapevolezza che il bene seminato oggi potrà essere goduto attraverso la vita delle future generazioni. È un modo di pensare completamente opposto rispetto alle logiche dei mercati e alla religione del profitto. Non è importante cosa me ne viene in tasca, ma arrivare all’ultimo respiro con il cuore traboccante di gioia perché abbiamo dato il nostro piccolo contributo a far sì che la vita sia custodita, onorata e promossa in tutta la sua dignità. Questa speranza di vita nessuno e nulla ce la potrà mai strappare dal cuore.

Concludo questa mia semplice riflessione sottolineando che è necessario che risaniamo il debito di speranza che ha fatto calare una coltre di tristezza sul volto dell’umanità intera, sui giovani e sugli anziani. Il tempo che stiamo vivendo ci offre delle opportunità meravigliose per spogliarci delle nostre ipocrisie e dei nostri compromessi e saper fare scelte di autenticità e verità. Il mondo per ritrovare serenità non ha bisogno di super eroi, non ha bisogno di paladini duri e puri, ha bisogno di uomini e donne vere che con i loro limiti e le loro potenzialità sanno stare dentro la vita con la consapevolezza che tutto è dono e che anche i deserti possono fiorire quando ci si consegna all’Amore e si vive in modo bello. È proprio vero che la bellezza salverà l’umanità, ma prima è necessario che impariamo a vivere in obbedienza alla vita. Allora gli anziani lascino spazio ai giovani e godano della bellezza di avere qualcuno che si prende cura di loro. Gli adulti sappiano vivere la loro esistenza prendendosi cura degli anziani, attingendo al patrimonio della loro esperienza e abbiano a cuore il futuro dei figli imparando prima di tutto ad ascoltarli in silenzio. I figli, le nuove generazioni ritrovino la bellezza di consegnarsi con fiducia al mondo degli adulti e degli anziani che ha donato loro la possibilità di assaporare e costruire l’avventura più bella: la VITA.

Un mondo migliore è possibile e questo dipende da ciascuno di noi. Oggi riaccendere la speranza significa avere il coraggio di fare tre passi indietro in relazione al bene individuale per fare uno tutti insieme in ordine al bene comune. Ora la domanda ci stringe in un angolo e ci provoca profondamente …. “Tu ci stai ? …. Io si ….”


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