Silenzio e responsabilità - CARITAS TARVISINA

Silenzio e responsabilità

A qualche giorno dai drammatici episodi che sono accaduti in Francia, vorrei condividere alcune riflessioni che sono maturate in me in questo tempo di riflessione e preghiera. Prima di tutto credo sia importante che questa violenza che ha colpito al cuore l’Occidente ci apra gli occhi e desti le nostre coscienze nei confronti di tutte quelle atrocità e quelle forme di terrore che seminano dolore e morte in molti angoli della terra. Mentre la strategia del terrore compiva il suo massacro al giornale Charlie Hebdo, le frange estremiste di Boko Haram compivano una strage di 2.000 persone a Baqa in Nigeria, altre violenze inenarrabili si compivano nei troppi scenari di guerra che insanguinano la nostra madre terra. Purtroppo tutto questo viene archiviato come cronaca e apre un indiscriminato turbinio di opinioni che hanno la pretesa della verità. Si tirano in ballo gli esperti, le intelligence, i servizi segreti, le strategie economiche e geo politiche e ci si dimentica dell’uomo, della vita. Non possiamo dimenticare che il cuore “corrotto” e traviato dell’uomo diventa seminatore di morte. Non possiamo abbandonare i nostri fratelli alla disperazione e al terrore, sia che vivano a Parigi, a Baqa, a Damasco, a New York, a Kiev, a Roma …. Non possiamo dimenticare e non possiamo non pensare che la pace è un cammino che riguarda ogni uomo e ogni settore della vita. La pace ha una dimensione globale e chiede di saper costruire sentieri di dialogo, di riconciliazione e di giustizia. È necessario che riscopriamo la dignità ed il valore di ogni persona come sacro. Siamo chiamati ad assumerci sempre più la responsabilità di promuovere e custodire la sua vita in ogni frangente, togliendo quelle ambiguità che ci portano a considerare la vita come dono solo quando più ci aggrada e ci fa comodo. Come ricordava Papa Francesco nella messa celebrata al sacrario militare di Redipuglia “Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!”

In secondo luogo credo che dinanzi alla strategia del terrore sia necessario fare un po’ di silenzio. Sia necessario piangere sui nostri fratelli che sono morti sotto una feroce violenza alimentata dallo spirito del male. È necessario fare silenzio per non lasciarci afferrare da sentimenti di rabbia e vendetta. Bisogna non lasciarsi risucchiare dalla logica del male che vuole contrapporci gli uni agli altri, creando divisioni e fomentando intolleranza ed odio. Troppi in questi giorni hanno parlato portando alla luce teorie relative alla strategie del terrore. Tutti sanno troppe cose, ma nessuno muove un dito. Personalmente, rifacendomi a Socrate, con tutta onestà dico “di non sapere”, di non essere in grado di ingabbiare la realtà in dichiarazioni così assertive sulle strategie geopolitiche, sulle lobby economiche, sulle dinamiche del potere. L’unica cosa che mi sento di affermare è che il potere non è mai per la promozione e la custodia della vita, perché per essere tale necessita che qualcuno paghi al posto di altri. Non sono in grado di dire cosa ci sta dietro, se ci sono macchinazioni delle diverse intelligence, certo è che dietro a tutto questo ci sono dei cuori corrotti. Allora il silenzio è necessario anche e soprattutto per la preghiera. Abbiamo bisogno di luce e sapienza per ritrovare la via che abbiamo smarrito. È necessario che ritroviamo la stella della speranza e della pace. Ognuno nella sua singolarità, con la propria cultura e la propria religione, è chiamato ad invocare l’unico Dio perché in ogni circostanza ogni uomo possa vivere secondo verità, in piena libertà e nella pace fraterna.

In merito a quanto detto mi sembrano molto significativi questi passaggi dell’omelia di Papa Francesco del 13 settembre 2014, presso il sacrario militare di Redipuglia. “La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere… sono motivi che spingono avanti la decisione bellica, e questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia; ma prima c’è la passione, c’è l’impulso distorto. L’ideologia è una giustificazione, e quando non c’è un’ideologia, c’è la risposta di Caino: “A me che importa?”. «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). La guerra non guarda in faccia a nessuno: vecchi, bambini, mamme, papà… Con quel “A me che importa?” che hanno nel cuore gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere. Caino non ha pianto. Non ha potuto piangere. L’ombra di Caino ci ricopre. Con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da “A me che importa?”, al pianto. Per tutti i caduti della “inutile strage”, per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”.

Certamente questa è l’ora del pianto e della preghiera, ma è anche l’ora in cui ciascuno è chiamato a vivere pienamente la responsabilità di essere una espressione unica nella storia dell’umanità. Siamo chiamati a svolgere la nostra missione di costruttori di pace, di indomiti tessitori di dialogo e di relazioni di vita. Vivere la nostra responsabilità significa essere strumenti di pace, desiderare ed impegnarsi nel concreto a disegnare percorsi di riconciliazione a partire dal nostro quotidiano. Si tratta di vivere bene la nostra esistenza. D’altro canto è giunto il momento che tutti coloro che continuano a strumentalizzare le tragedie umane per rinsaldare il proprio potere politico, economico, religioso, escano di scena e facciano veramente silenzio. L’irresponsabilità di chi dinanzi alla sofferenza e alla morte dei fratelli continua la sua campagna politica, continua le sue trattive finanziarie ed economiche, continua a piegare il proprio credo alla logica del potere, alimenta anch’essa questa situazione di incertezza in cui viene meno la possibilità di accedere ai diritti fondamentali. Quando l’irresponsabilità, anche nel linguaggio, alimenta odio e resistenza allora si è mancato in pieno il proprio compito. Non basta parlare alla pancia della gente per indicare all’uomo d’oggi nuove strade per una nuova umanità. Per cui a tutti quei profeti che hanno la soluzione in tasca (fondata comunque sul far pagare un prezzo ai più deboli) è necessario che reimparino a fare silenzio e a riflettere prima di innescare e fomentare ulteriore violenza. Ogni forma di integralismo nasce da una debolezza. Il gridare ed il rivendicare la propria “purezza” nei confronti degli altri, è anche questa una forma di integralismo e nasce da una profonda debolezza e fragilità. Mi sembra importante, concludendo, che l’uomo ritrovi la sua verità, la sua identità e che riscopra la bellezza della comunione, la ricchezza e la convivialità delle differenze.

Come auspicato da papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2015 “Non più schiavi ma fratelli”, mi sembra fondamentale che facciamo nostra

la necessità di moltiplicare “gesti! d’amore” per dissipare le ombre dei pregiudizi, costruire ponti di pace e realizzare, così, una grande mobilitazione contro la schiavitù della violenza”. Allora il nostro affermare “io sono Charlie, io sono Francesca, io sono Ahmed, io sono ….”  avrà un sapore diverso: quello di una fraternità autentica e solida.


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