Editoriale: fraternità, fondamento e via per la pace. - CARITAS TARVISINA

Editoriale: fraternità, fondamento e via per la pace.

La vita è un continuo e misterioso intreccio di gioie e dolori, di fatiche e di speranze. Anche questi primi giorni del nuovo hanno consegnato al nostro cuore segni luminosi, ma anche ferite tremende. Dalla voce di amici che svolgono la loro missione in Siria, in Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centrafricana arriva al nostro cuore il grido di dolore di migliaia di persone che sono ferite, violate, annientate dalla violenza e dall’odio. Sembra che la notte del male non abbia mai fine, ma in questo mese della pace risuona accanto all’annuncio luminoso della venuta dell’Emmanuele, anche la semplice, ma robusta parola di Papa Francesco, l’uomo venuto dalla fine del mondo. Il suo messaggio per la giornata mondiale della pace, dal titolo Fraternità, fondamento e via per la pace, si pone come stella che orienta il nostro cammino verso una nuova umanità, verso relazioni rinnovate dalla grazia e dalla misericordia di Dio.

Le parole di Papa Francesco ci scaldano il cuore e ci invitano a credere anche ora che un mondo migliore è possibile, che la gioia è un dono da condividere a cui tutti possono attingere. “In questo mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, desidero rivolgere a tutti, singoli e popoli, l’augurio di un’esistenza colma di gioia e di speranza. Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna alberga, infatti, il desiderio di una vita piena, alla quale appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare. Infatti, la fraternità è una dimensione essenziale dell’uomo, il quale è un essere relazionale. La viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura. E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore”.

Dinanzi alla fraternità negata e violata siamo chiamati a lasciar risuonare nel nostro cuore la domanda che è scaturita dal cuore di Caino alla domanda di Dio su dove fosse il fratello Abele: “Sono forse io il custode di mio fratello ?”. La risposta è si ! Ognuno di noi è chiamato a custodire e promuovere la vita del fratello. Per costruire la pace è necessario che sostituiamo il “me ne frega e penso per me” con l’I Care di don Lorenzo Milani. Si mi interessa, mi sta a cuore la tua vicenda, la tua storia perché sei mio fratello. La nostra missione di pace è quella di aiutarci gli uni gli altri a riprendere in mano la nostra personale storia per avviare veri percorsi di riconciliazione e resurrezione. Solo la fraternità ritrovata ci permetterà di cantare con le parole del salmo 29 Hai mutato il mio lamento in danza, mi hai tolto l’abito di sacco, mi hai rivestito di gioia, perché ti canti il mio cuore, senza tacere; Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre”.

Il messaggio di Papa Francesco ci invita alla speranza, ma anche a porre dei gesti semplici di pace e di custodia della fragile unicità della vita. A volte ci ritroviamo impotenti e quasi rassegnati. È necessario che usciamo dai tentacoli di questa tentazione individualista. Prima di tutto possiamo teneri vivi, attraverso la preghiera, nella memoria e nel cuore, tutti quei fratelli che schiacciati dalla violenza rischiano di cadere nell’oblio dell’indifferenza. In secondo luogo siamo chiamati ad interessarci della loro storia, ad entrarvi in punta di piedi, ma ad entrarvi, perché è anche affare nostro. Infine è necessario che ci sporchiamo le mani, che ci schieriamo dalla parte dei più poveri, dei più deboli. Se si segue il Vangelo della carità, non si può restare neutri, né si puoi diventare i teorici delle buone azioni, è necessario spogliarsi delle nostre presunzioni per vestire il grembiule della carità.

Un piccolo, ma prezioso frammento di questa fraternità lo abbiamo vissuto la sera del 31 dicembre in Casa della Carità. Mentre fuori si sentivano i primi botti e si percepiva nell’aria la frenetica ricerca di una notte diversa delle altre, con le persone senza dimora ospitate in Casa della Carità, abbiamo consumato una cena molto semplice. Ma è stato proprio nella semplicità di quel pasto che è scaturito il riconoscimento di una fraternità per tanto tempo assopita dalla sofferenza e dalla solitudine. Ad un certo punto due amici afghani hanno cominciato a raccontare il loro viaggio di 65 giorni alla ricerca della libertà, della terra promessa. Un racconto carico di durezze, fatiche, sofferenze e speranze. Un racconto che ha tenuto l’attenzione di tutti per più di due ore. Un racconto che non era solo la loro storia, ma quella di tutti. In quel momento ognuno ha ritrovato se stesso e il senso di una fraternità che ci invita a riconoscere la sacralità della vita altrui. La condivisione di quel viaggio ha cambiato per sempre la relazione, che non può più rimanere impantanata nelle paludi delle esitazioni e dei rimpianti. Quei fratelli sono vivi alla mia memoria, alla mia preghiera e questo per sempre. L’ascolto dell’altro ci invita ad allargare gli orizzonti del cuore, ad avere occhi di madre. Non ci sono più profughi da accogliere, carcerati e malati da visitare, senza tetto da ospitare, poveri da soccorrere, ma solo fratelli da amare … c’è Fahim, Rafa, Renato, Ahmed, Andrea, Alberto, Maria, Francesca … ci sei tu e ci sono io.

Sia un anno in cui veramente impariamo a riconoscere l’altro per quello che è veramente: dono di Dio.

 


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