Centri Accoglienza Strordinaria

Nel 2017 Caritas Tarvisina ha confermato il modello di accoglienza avviato nel 2016, prevedendo tre livelli di accoglienza per accompagnare i richiedenti asilo accolti nel loro percorso di autonomia. Tuttavia, i fatti accaduti durante l’anno, hanno comportato una modifica dello scenario interno e hanno spinto Caritas a considerare nuove sfide.

L’anno 2017 comincia, infatti, con il memorandum d’intesa per il contrasto dell’immigrazione illegale, firmato il 2 febbraio dal Presidente del Consiglio P. Gentiloni e il Primo Ministro del governo di unità nazionale di Tripoli F. al Serraj. L’accordo, che estende la validità del primo trattato di amicizia tra l’Italia e la Libia del 2008, prevede, tra le altre cose, un impegno congiunto nel contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando ed al rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra i due Paesi. Questo accordo, giudicato da diversi esponenti della politica internazionale come illegittimo perché di fatto comporta un aumento dei respingimenti in mare e l’incarceramento di massa delle persone giunte in Libia per poter raggiungere l’Europa, ha provocato un apparente arresto gli sbarchi dei richiedenti asilo in arrivo nelle coste italiane.

A questo blocco corrisponde un arresto dell’arrivo di migranti nei centri di Caritas, passata da accogliere 411 persone nel 2015, a 79 persone nel 2017, con un calo di oltre il 50% dopo il consolidarsi dell’accordo con la Libia.

Le reali possibilità degli ospiti dei centri accoglienza di ottenere un titolo giuridico per poter vivere regolarmente in Italia non sono molte: nel 78% dei casi la Commissione Territoriale rigetta la loro richiesta perché non ricorrono i presupposti per concedere una protezione. Anche se la quasi totalità dei ragazzi propone ricorso in Tribunale, le pronunce non sono più favorevoli: nel 2017 sono solo 20 le protezioni umanitarie concesse anche grazie all’ottimo percorso di inclusione fatto dai ragazzi in termini di studio, lavoro e acquisizione della propria autonomia. I rigetti del Tribunale, invece, fanno cessare la possibilità di permanere nei centri, e di conseguenza la fine delle misure di accoglienza. Proprio questi ragazzi cosiddetti doppi diniegati, perché hanno ottenuto due rigetti, vivono una situazioni di grande precarietà e difficoltà.

L’interrogativo incessante che Caritas si pone è cosa poter fare con e per questi ragazzi il cui sogno sembra infranto ma che Caritas non può e non vuole di certo lasciare per strada. La prima risposta data è stata trasferirli in alcune strutture a carico di Caritas, per poter dar loro il tempo di capire quali strade intraprendere, a livello burocratico, lavorativo ed alloggiativo. Al termine del 2017, i ragazzi in questa situazione ammontano a 16.

Questa difficoltà si somma alle fatiche di coloro che ancora stanno attendendo l’esito della Commissione Territoriale o l’esito del ricorso di primo grado, ma che nel frattempo vorrebbero trovare un lavoro o una casa.

La fattiva collaborazione con il centro per l’impiego e con le Acli ha fatto si che siano stati attivati, su 130 ospiti, 30 tirocini formativi nel 2017, di cui 14 sono sfociati in contratti a tempo determinato. E’ un piccolo segno che però apre un dialogo importante con i servizi del territorio. La casa, accanto al lavoro, rappresenta un grosso scoglio, dato dagli affitti molto alti, dall’impossibilità dei ragazzi ad accantonare delle cifre utili per poter pagare la caparra e dalla diffidenza di molti locatori nel siglare un contratto di affitto con una controparte non italiana, per di più richiedenti asilo o entrato in Italia con queste motivazioni.

Il quadro, poi, viene reso più articolato e complicato dall’entrata in vigore della legge di conversione del c.d. decreto Minniti-Orlando, che erode parte delle garanzie del giusto processo stabilendo una procedura ad hoc nel caso di richiedenti asilo, abolendo un grado di giudizio e facendo in modo che l’iter giudiziario acquisti più la veste di una faccenda burocratica da sbrigare in fretta, piuttosto che la tutela di diritti fondamentali sanciti da trattati internazionali.

In questa prospettiva non rosea, Caritas Tarvisina continua a sperare e a credere in un cambiamento. Il desiderio di incentivare il dialogo con la comunità e con le istituzioni ha portato, nel dicembre 2017, ad accogliere i primi 3 migranti Eritrei, giunti nei nostri centra accoglienza grazie ai corridoi umanitari organizzati da una sinergia tra Ministero, Caritas Italiana e Unhcr (l’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati).

Viene data la possibilità, per la prima volta, a uomini, donne e bambini, imprigionati nelle carceri libiche, di ottenere dei visti regolari e di arrivare in Italia con canali sicuri, senza rischiare la vita in mare e senza ingrassare le tasche dei trafficanti di uomini. Una vittoria contro l’illegalità, contro la crudeltà e la violazione dei diritti.

La sfida che vorremo porre in essere e che abbiamo presentato alla Prefettura per l’assegnazione dei richiedenti asilo nell’anno 2018, è duplice: da un lato proseguire con la nostra azione di advocacy stimolando sempre più la crescita di comunità accoglienti e dell’I care di Don Milani, dall’altra potenziare percorsi di integrazione attraverso il progetto Rifugiato a casa mia.

Il progetto “Rifugiato a Casa Mia” iniziato al termine del 2015 in occasione dell’anno Giubilare della Misericordia, è proseguito per tutto il corso del 2017.

A due anni dall’avvio emerge che il progetto certamente non può essere in sé una soluzione alla questione delle migrazioni, ma è di grande stimolo nell’attivazione delle risorse dei migranti e del territorio per promuovere reali e sostenibili percorsi di integrazione.

Rappresenta la possibilità di intraprendere percorsi concreti per far maturare nella diocesi “comunità accoglienti”, capaci cioè di stare accanto alle fragilità delle persone con spirito fraterno e compassionevole. Se la realtà di oggi ci spinge a confrontarci con la realtà pressante dei migranti, l’impegno non può limitarsi a questo ma deve, passo dopo passo, far germogliare uno spirito accogliente che si esprime con fantasia e attualità nei confronti di tutte le differenti povertà di oggi e di domani. Una comunità accogliente lo è a 360°, accordando il passo al ritmo dei più fragili.

“Rifugiato a Casa Mia” vuole essere uno stimolo perché si passi da un’idea di progetto, caratterizzata dalla straordinarietà di un’esperienza, alla maturazione di un processo, ovvero di un percorso che matura e che va, nel tempo, ad incidere su un territorio.

Rispetto alle consuete modalità di accoglienza presso strutture o case famiglia, il nucleo del progetto consiste nell’assegnare centralità alla famiglia, concepita come luogo fisico e insieme sistema di relazioni in grado di supportare il processo di inclusione.

Il progetto si prefigge di accompagnare le persone per un pezzo della loro vita senza avere la presunzione di risolvere tutti i loro problemi. Questo significa che al termine del progetto non sono assicurati casa e lavoro per tutti, due grandi sfide del nostro tempo, ma che i migranti hanno instaurato relazioni autentiche, hanno conosciuto un territorio, hanno scoperto abitudini e stili di vita in parte differenti dai propri.

La vera sfida quindi è vivere un percorso di accompagnamento che susciti domande, e non dia risposte, che fornisca strumenti per l’autonomia, che aiuti la persona a interrogarsi sul proprio progetto di vita.

L’accoglienza diffusa, organizzata e personalizzata, migliora la qualità di vita dei migranti e favorisce il loro percorso di inclusione sociale, così come migliora la qualità di vita della comunità tutta in quanto è riuscita a fare spazio e a condividere.

Nel corso del 2017 sono state avviate accoglienze presso otto parrocchie, due famiglie e un istituto religioso per un totale di 18 migranti accolti, a cui si aggiungono quelli attivati negli anni precedenti.

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Una vendemmia che sa di accoglienza e di speranza

La terra, la vite, il vino, i popoli. Simboli che si intrecciano alla realtà, che raccontano storie di una terra che si è stati costretti a lasciare e di un’altra che accoglie, una terra dove forse mettere radici, dove poter lavorare, godere del frutto del proprio lavoro, ritrovare un’identità. Dal 4 settembre fino a fine

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    La scorsa settimana, il 27 settembre, come Caritas diocesana abbiamo avuto la grazia di poter partecipare all’udienza di Papa Francesco insieme alle famiglie, ai volontari delle parrocchie e ai migranti che hanno vissuto negli ultimi due anni il progetto Rifugiato a casa mia. Insieme con noi c’erano altre diocesi che hanno aderito al